Big Personality

10 Dicembre 2011 by violet

Big Personality

I know that I got a big personality
And a strong magnetism too
But it often seems to keep good people away from me
I don’t know why that is

I got a black and hollow soul
And money on my mind
Don’t let no one near me
Unless it pays off in the long run

I run things around here
And you’re part of my staff
I got everything planned
And we got goals to reach

I keep them to my left
I keep them to my right
Always making sure
that the attention is mine

And sometimes I’ll give a drink
Just to keep them satisfied
And sometimes I get a kick
Out of wasting their time

People on the street
Please give it up
For Mr. Big Personality & his staff

Papa am I ambitious (enough)
Mama am I being good
Sisters do you love me
Brothers are you proud

He got big personality
And you’re on his team
He got loads of opinions
And you always agree

He’s doing enough living
For the both of you
And that’s just as well
Since you have no time on your own

And now that you’re in
You desperately need some time off

 

People on the street
Please give it up
For Mr. Big Personality & his staff

Papa am I ambitious (enough)
Mama am I being good
Sisters do you love me
Brothers are you proud

Video importato
Download Video

La vergogna (corpus)

15 Novembre 2011 by violet

Dicevo.

L’unica struttura che i romani concepiscono è quella dello stadio, e nello specifico dello stadio romano in una domenica in cui si gioca il derby.

Lazio – Roma.

Le curve. Gli insulti. I cori elementari. Le rime becere. I razzi che partono a tutta velocità, e anche se qualcuno ci lascia la pelle, bhé poco male. Il derby è più importante.

Di seguito un coro dal testo molto profondo ed esplicativo dello strano fenomeno:

PERCHE’ PERCHE’
LA DOMENICA MI LASCI SEMPRE SOLA
PER ANDARE A VEDERE LA PARTITA
DELLA ROMA
PERCHE’ PERCHE’
TIFO ROMA TIFO ROMA ALE’ ALE’ (aggiungiamo anche uno YUPPY Yé Yé)

NON ESSERE GELOSA SE ALLO STADIO VOGLIO ANDAR
NON ESSERE FURIOSA SE IO VADO A CARICAR
PER TE PER TE PER TE CHE SEI LA MIA PASSIONE
IO FACCIO
IL LANCIO DEL MATTONE…

Tutti i romani corrono allo stadio e non importa se nel mentre le loro donne si fanno chiavare selvaggiamente, quando la squadra del cuore gioca non c’è alluvione che tenga.

L’alluvione. Appunto.

I romani sono talmente impegnati a coltivare la cultura del PUPONE che si dimenticano di curare la propria città e in effetti bastano quattro gocce per affogare i cittadini e fargli fare la fine dei ratti impazziti, la stessa scena a cui avranno assistito i passeggeri del Titanic, suppongo.

Davvero imbarazzante.

Tutto questo non sarebbe un problema, voglio dire, “paese che vai usanze che trovi”,i pigmei mangiano lombrichi, i thailandesi cucinano pantegane e i romani sono dei trogloditi da stadio, ma eccepisco, tutto questo non sarebbe un problema se tale struttura non si applicasse anche all’ideologia, di ogni tipo.

Per esempio, quando ci sono le elezioni i romani scendono in piazza in attesa dei risultati, non perché la cosa gli interessi davvero, ciò che li attira è il clima da stadio che si realizza nel giro di pochissimo tempo.

Canzoncine, bandierine, pugni in faccia, fischi, conti alla rovescia, inni improvvisati, balli di gruppo tendenti allo strusciamento, l’occasione diventa ghiotta per rubare o scroccare qualche panino dai baracchini allestiti dai partiti.

La stessa cosa è successa durante la manifestazione degli indignados (la versione italiana era patetica ed oltremodo ridicola) divenuta in poco tempo curva sud VS curva nord. Er pelliccia, er mutanda, er monnezza sono i protagonisti indiscussi di ogni discesa in campo del grottesco popolo romano.

E ancora, la mega rissa davanti allo store di elettronica. Possiamo riassumere la vicenda in una semplice ed immediata serie di parole consequenziali:

crisi->multinazionale->deprezzamento promozionale->diffusione della notizia->i-phone->idea di possesso->idea di predominanza->folla->divisione in fazioni->clima da stadio->rissa->bambini travolti->vetri rotti->danni.

Ecco come l’ideologia da stadio mostri di essere profondamente radicata nella cultura romana e come essa stessa sia diventata criminosa all’inverosimile.

Ok. Non c’è differenza tra un pedofilo che si scopa un bambino e un branco di coglioni che si accapigliano travolgendo i piccoli. MI FATE SCHIFO.

E ora si arriva alla questione più recente. Il lancio delle monetine al presidente uscente. Certo, perché i romani, noti morti di fame, hanno davvero soldi da buttare, e ne hanno talmente tanti che toh, di notte si tirano su i calzoni e vanno a ripescare i desideri dei turisti nelle celebri fontane della città eterna (dopo l’alluvione però io avrei dei dubbi su questa presunta eternità, amen).

Ah si, fottono anche quantità incommensurabili di liquidi ai poveri turisti giapponesi con i loro escamotages da napoletani, e guai a dargli del “napoletano”, vedrete i romani andare su tutte le furie accipicchia!

I romani che accusano me o chiunque abbia votato Berlusconi, di essere un burattino, sanno ben poco della storia politica e antropologica del nostro Paese.

Un  Paese che sta con i forti solo finché vincono.

Un Paese in cui la magistratura ha un potere spropositato ed è tale da far cadere i governi, di destra o di sinistra non fa differenza.

Un Paese che assolve i terroristi.

E che lascia la gente bruciare viva alla finestra.

Primavalle, vi dice niente?

La vostra cultura costruita sulla free press mi fa schifo. Davvero, non lo dico tanto per dire, mi fate schifo. Le vostre preoccupazioni tra fregna, matrimoni alla Mengacci, taglio della cravatta e fiaschi di vino, mi provocano fastidio e ripugnanza.

Ma voi davvero credete che si possa diventare ricchi, come Berlusconi, senza aver MAI FATTO UN CAZZO? Una persona che ha lavorato tutta la vita e che continua a farlo, dando migliaia di posti ai pagliacci della vostra città di merda (il GF non è pieno di romani anche quest’anno? E che favoloso sfoggio di educazione) ma voi, che cazzo avete mai fatto nelle vostre patetiche vite? A parte andare allo stadio.

Se un uomo possiede tanto denaro e vuole pagarsi i suoi troioni sono cazzi suoi, voi, fannulloni, ripeto, MORTI DI FAME, chi siete per giudicare. E ora mi direte “eh si però Berlusconi andava con le minorenni”. E voi il video di Belen non lo ve lo siete guardato? O meglio, quando hanno annunciato che Belen in quel video era minorenne non è scattata in voi la scintilla della trasgressione?

Gli uomini-porci non sono un bello spettacolo, ma gli uomini-porci-pezzenti sono ributtanti.

Mi piacerebbe entrare nelle vostre case, nella vostra quotidianità, e portare tra le vostre mura l’ideologia che voi vigliacchi portate in piazza, perché presi singolarmente siete dei vermi.

Verrei a tirare i mattoni in testa ai vostri figli, per vedere come vi sentite quando si tratta di voi, delle vostre cose e dei vostri affetti.

Verrei a tirarvi le monete in faccia mentre tutti i giorni subite angherie dal vostro capo e verrei a scaricare valanghe di feci sul vostro lavoro da lavativi.

Verrei nella vostra camera da letto a filmare i vostri amplessi squallidi, le dita dei vostri piedi che si contraggono mentre raggiungete l’apice della sveltina.

Verrei nei vostri pensieri più profondi e filmerei tutto, registrerei tutto, per mettervi davanti alla vostra vergogna, e farvi scoprire che mentre vi scopate vostra moglie.

In realtà.

Sognate di sverginare le vostre sorelle.

La crisi.

La crisi.

Ah ah.

Vediamo chi la vince questa partita.

 

 

 

 

 

 

La vergogna (incipit)

13 Novembre 2011 by violet

Qualcuno spieghi ai ROMANI MORTI DI FAME, che il governo, la vita, non sono uno stadio gremito per un derby di merda Roma-Lazio.

E questo è solo un piccolo anticipo.

Le monete fareste bene a risparmiarle, ladri, pezzenti vi rinchiuderei in un forno crematorio.

Il ritorno di sto cazzo

27 Gennaio 2011 by violet

Stare qui tutta sola ha un suo fascino.
Ricordo i tempi in cui qui c’era un grosso puttanaio. Se rileggo quello che scrivevo allora..bhé.
Mi fa tutto schifo.
Scrivevo di merda, e questo è innegabile.  Riesco ad apprezzare solo i pezzi più recenti.
Credo che aver studiato cultura giapponese per tre anni abbia influito sulla mia percezione estetica, sono diventata più precisa e meticolosa. Niente impeti ( ma i peti, quelli si) niente disordine, niente fumo, niente droghe, qualche bicchiere di buon vino se la serata promette bene.
Sto invecchiando.

Mi sono laureata, l’anno scorso, con 108/110.

Nelle foto di quel giorno sembro una scema. Un’eterna complessata con la tesi tra le mani. Il completo della Sisley comprato all’ultimo momento. Uno standard. Giacca nera e pantaloni neri. Camicia grigia. Da cameriera.
Questo lavoro mi perseguita.
Ho un sacco di cose da dire.
Un sacco.
Ma quel coglione di Travaglio con il suo umorismo da prete (i classici preti che leggono l’omelia infilandoti un dito nel culo) mi distrae. D’altronde senza la tele accesa non so stare. Aspettavo con ansia questo dannato switch off, ma non è come pensavo. Preferisco la tele on demand e adoro Teen Mom.
Mi chiedo dove sarete tutti quanti.
Mi chiedo se tra i miei lettori qualcuno sia morto o abbia sfondato.

Cosa c’è di male.

La morte e il successo sono due facce della stessa medaglia.

ottobre 2010

ottobre 2010

Di percezioni dal basso

26 Novembre 2008 by violet

Il sole è come un uomo.
Si sveglia al mattino presto e.
Ti penetra.

Questo freddo è per me come una benedizione. Me ne sto in casa, qualche volta esco. Oppure vengono i miei amici da me. Dopo il lavoro. Si siedono al tavolo rotondo parlano e si drogano tutto il tempo. Pina la sarta odia queste serate e continua a bussare per dire di fare silenzio.
A me non importa niente, io mi metto a letto.
Anche se c’è gente in casa.
Anche se sono in un monolocale e quindi siamo tutti nella stessa stanza.
Bum. Bum. Bum.
Pina bussa col bastone.
Da quando il suo uomo l’ha lasciata non è più la stessa. Non ha neanche voglia di cucire a macchina. C’è crisi. Io non compro più i pantaloni e lei non li accorcia.
Quindi niente sei euro per Pina.
Mi ha anche lasciato un biglietto sotto la porta “Stefania desidererei dormire. Grazie.”
Io non le ho risposto. Quando stavo male e avevo voglia di starmene a letto tutto il giorno, lei se ne fregava con quella cazzo di macchina da cucire.
Sembrava mi passasse un treno sopra la testa.
Mi piace dormire in inverno. Guardare la merda che mi propone la televisione pubblica. Avrei bisogno di un decoder, cartoons tutto il giorno, Speedy Gonzales, Lady Oscar, Occhi di Gatto, Willy il prinicipe di Bel Air.
Lady Oscar è uno dei miei cartoon preferiti, dopo Candy Candy s’intende. Ho comprato a rate la collezione dei dvd originali di Lady Oscar, la donna uomo nata senza uccello. La donna che rinnega se stessa, fino al giorno in cui Andrè le strappa la camicia e le escono fuori le tette. A quel punto non può più fingere di essere un uomo.
I dvd sono in due lingue, italiano e giapponese, e sono molto commoventi. Soprattutto le ultime puntate quando dalla Bastiglia sparano a Lady Oscar uccidendola. Lei non muore come i grandi eroi, ma come una persona comune. Non dice grandi frasi solenni, dice solo “addio”.
E questa mi sembra la cosa più sensata da dire in punto di morte.
Anche se io direi “al diavolo” perché molto probabilmente è lì che ci incontreremo tutti quanti.
All’inferno a giocare col fottuto facebook.
Facebook mi piace perché sta salvando il mio blog. E quindi anche me.
Sono tornata libera di parlare e mi sento a mio agio a scrivere qualsiasi cosa.
Dovrei proprio ringraziarlo quello che ha inventato faccialibro.
Il massimo per me è stare a casa di notte bevendo una camomilla col miele, scrivere e fumare una sigaretta di tabacco Golden Virginia, chiamato così in onore della regina madre.
Adesso in tivù c’è il Maurizio Costanzo Show e il tema della serata è il Viagra. A Costanzo piace molto parlare di queste cose, crede facciano audience.
Effettivamente il sesso e il cazzo fanno sempre audience perché tutti si preoccupano del sesso, di essere fighi e resistenti.
I fallimenti invece non sono mai raccontati.
Il brutto però è che per la maggior parte delle persone la vita è fatta solo di fottuti fallimenti e cilecche dell’uccello. Per questo la gente guarda i film porno, per immedesimarsi in quegli uomini invincibili che vanno avanti a scoparsi delle troie perfette per ore.
La rivoluzione sessuale ha fallito.
Quello che ci doveva liberare ci ha ingabbiati.
I ragazzi quando scopano si atteggiano da super uomini, imitano i porno divi, nelle posizioni, nelle parole e nelle fantasie. E questo li rende dei fantocci.
Emulatori patetici e rincoglioniti.
Per non parlare delle orrende facce di cazzo che assumono quando vengono.
Su questo andrebbe fatta una mostra.
Una mostra del mostro.
La percezione è una cosa importante, magari quando facciamo delle cose ci sentiamo bellissimi, ma visti da fuori siamo dei perfetti imbecilli.
Per questo è importante ascoltare gli altri.
I telefilm e le fiction girano tutti intorno ai grandi eroi, La squadra, Carabinieri e il resto delle produzioni commerciali. Mai nessuno che si preoccupi di guardare le cose dal basso. Che ne so, una fiction su “Gli spazzini” o “Gli inservienti dei cessi pubblici”.
Lee, il cuoco cinese, ne avrebbe di cose da dire.
Dal basso. O meglio, quello per gli altri è il basso, per me al contrario, è eccellenza.
Lui dice che nel ristorante in cui lavorava prima la cameriera gli faceva sempre vedere le tette e quindi era “CAMELIELA GENTILE”. E io gli dico “Lee, quello non è essere gentile, ma essere troia”.
Questo per quanto riguarda le percezioni.
Probabilmente è lui ad aver ragione.
E poi è uno che dice sempre la verità.
Un giorno per scherzo gli ho detto.
“Lee ieri ho trombato per tre ore”
“BLAVA, NOI CINESI TLE MINUTI”.
Questo mi ha fatto ridere moltssimo.
Lunga vita a Lee e alle percezioni dal basso profilo.
Che nel mio caso è molto più basso della media.
Ma lo trovo perfetto.

Come rubare la carta igienica

10 Novembre 2008 by violet

Non c’è niente di male a sparare se si colpiscono le persone giuste.

Rubo la carta igienica all’università.
Rubo la carta igienica in tutti i locali in cui mi capita di andare.

Ieri sono andata a ballare. Bevevo e ballavo ascoltando revival anni 70.
She’s got it, yeah baby she’s got it, I’m your Venus, I’m your fire, your desire.
Guido mi ha detto che sembravo un delfino perchè saltavo come una stupida. Qualunque cosa dica, Guido mi fa ridere. Per esempio, c’era un ragazzo che giocava al calcetto Balilla e la forma della sua testa era strana, schiacciata come una palla da rugby e portava i pantaloni a vita alta, ma era talmente alta che la riga dei jeans gli andava nel culo a mo’ di perizoma. E Guido che ha una gran faccia tosta, gli ha chiesto: “scusa me che c’hai il perizoma?”.
La tipica sfacciataggine di un sangue misto, marsigliese, scozzese e italiano. Il peggio d’Europa concentrato in un uomo.
Imperdibile.
Io voglio passare ad un livello successivo, voglio dare vita a ciò che scrivo.
Sono paranoico ed ossessivo, fino all’abiura di me.
Mi piace uscire con la bicicletta verso l’ora di pranzo. Quando dalle case si sente provenire il rumore delle posate nei piatti. A quell’ora al parco non c’è nessuno. Pedalavo tra le foglie morte e ho trovato un bambolotto. Un neonato abbandonato, con le gambe deformi.
Mi sono fermata e l’ho fotografato.
Nel suo sonno eterno.
Tutto quello che amo scompare, tra il farfugliare delle persone sole.
Non restiamo più gli stessi dopo i tradimenti, la colonia estiva, l’apparecchio ai denti.
Ero ubriaca e Andrea mi ha accompagnato a fare la pipì in strada.
Giro sempre con le salviette umidificate in borsa.
Mi accovaccio per terra e via, pisciata liberatoria, di quelle che ti fanno tirare un respiro di sollievo.
E scorre e scorre disegnando geroglifici sull’asfalto.
Mi pulisco e lancio in aria la salvietta.
Che come una ventosa va ad attaccarsi sul parabrezza di una bella macchina, nuova di zecca.
Mi pareva fosse una Mercedes.
Territorial pissings.
Stasera sarei dovuta uscire a cena, ma ieri l’ho presa davvero grossa. Stamattina mi sono alzata con un mal di testa insopportabile. Pioveva, ma sono andata in giro.
Mi sentivo ancora ubriaca.
Ho fatto shopping ed ero veramente improponibile.
I miei amici ieri sera mi hanno detto che sono dimagrita troppo. Non so come mi vedano gli altri, ma so che c’è qualcosa che non va.
Qui non c’è niente che vada bene. Devo smettere di ridurmi come una merda.
Ho bisogno di un po’di autocontrollo.
E di qualcosa in cui sperare.
You take myself, you take myself control.
Dovremmo essere tutti come lui.
Perché questo oltre a non essere un mondo per i ciccioni, per i brutti e per i poveri, non è neanche un mondo per la gente onesta.
La verità è che la gente onesta non conta un cazzo.
Non ha nessuna possibilità di avere successo.
Non è interessante. Anzi è considerata sfigata, da evitare.
Quindi qualcuno qui è nel posto sbagliato.
Voglio che sia chiaro che non mi pento mai delle cose che scrivo.
È ciò che penso e io non sono una vigliacca. Scappare da se stessi per me è un crimine.
Non ho un cazzo da chiarire e voglio essere lasciata in pace. Non voglio nessun confronto, non ha senso confrontarsi con i bugiardi, è tempo sprecato.
I profilattici che ho comprato io e che ho lasciato sulla mensola della tua stanza puoi usarli per scoparti le tue donnine da quattro soldi.
Quegli inutili agglomerati di feci umane che sei tanto bravo a rimorchiare.
Quanto è toccante la mia generosità.

La sbronza non mi è ancora passata.
Passo il novanta per cento del mio tempo pensando a quanto sia inadeguata.
Il restante dieci per cento lo passo ad immaginare in quali altri posti potrei rubare la carta igienica.

Straight to hell

20 Ottobre 2008 by violet

A Marco.

Al vuoto immenso che ha lasciato nella mia vita.

Da anni vivo in questo corpo. È una convivenza difficile. C’è il divario. Fra quello che vedono gli altri. E quello che vedo io. Vado al bar sotto casa. Mi spiace togliermi gli auricolari. Ma devo relazionarmi. Altrimenti divento scema. Bevo. Cerco di essere brillante. Di stare sveglia. Di dimostrare che niente mi scalfisce. Sorrido. Rido. Ma dai. Non essere stupido. Gli occhi che scivolano sulla mia gonna. Avvilimento. Chiedo se sono bella. Le risposte sono bugie a comando. Me lo aspetto. Tu menti. La menzogna è facile da sostenere. Difficile da metabolizzare. Fingo di credere. Fingo compiacimento. Soddisfazione. Posso dormire a casa tua. Va bene vieni. Diverse sere con un ragazzo diverso. Un ragazzo che non mi tocca. Se qualcuno mi tocca. Lo uccido. Mi uccido. Il mio corpo deve essere sacro. La paura di dormire sola. Ultimamente. Mai stata così fragile. Conservavo un vago ricordo. Della debolezza. E ora mi riscopro. Nella vulnerabilità. Nella paura del buio. Nella paura di sbagliare. Nella paura della vendetta. Dell’odio. Del rancore. Nella paura di svegliarmi. E accorgermi che ho bagnato di nuovo il letto. Come una bambina di tre anni. Vado al lavoro. Bevo nel ristorante. Quando il mio capo si gira. Mi spino una birra. Bevo gli avanzi delle bottiglie che hanno ordinato i clienti. Raccomando solo i vini che mi piacciono. Perché una sbronza deve avere il suo valore. So che devo uscire dopo il lavoro. E andare in qualche posto del cazzo. Dove c’è gente come me. Peggio di me. Che mi faccia sentire migliore. Racconto bugie. Dico che sto bene. Che non me ne frega un cazzo. C’è la folla. E nella massa spero di perdere. L’individualità. C’è chi vince al suprenalotto. E chi gioca. Gioca. E si risveglia più povero di prima. Non per i soldi. Ma perché. Gli hanno tolto l’ultima briciola di. Speranza. Spero di non svegliarmi. Spero di dimenticare tutto. Giro con una felpa oversize. Mi copro la faccia col cappuccio. Non voglio vedere. Non voglio che mi vedano. Sono invisibile. Indosso occhiali scuri. Fino a quando non mi sento troppo. Ridicola. E non mi accorgo che. Sono davvero troppo grandi. Per me. Studio. Solo per il senso di colpa. Devo cercare di dare il massimo. Anche quando le mie capacità sono azzerate. Vorrei spiegare. Ma non spiego. Mi piego. Subisco l’indifferenza. La convinzione. Le frustrazioni altrui. Il livore ingiusto. Inaccettabile. Prendo impegni. Per la notte di halloween. Voglio essere un angelo. Deforme. Voglio comprare un paio di ali. Ho sempre ingoiato. I peccati degli altri. Sono innocente. Sono innocente. E Dio. Tu lo sai. Tu che urli. Sopra le nuvole. Chiunque tu sia. Spegni tutto. Il sole. La luna. Le fottute stelle. E accendi me. Regalami brividi. Regalami sogni usati. Regalami un miraggio. Coltiverei anche il deserto. Trafiggimi. Sconfiggimi.
E.
Amami
Amami.
Amami.

Questo è un bacio fotografico.
La foto l’ha scattata Michele.
Sei il mio migliore amico.
E in questa foto.
Ubriaca.
Abbandonata.
Hai colto una briciola.
Di felicità.
Di cartapesta.
Ti voglio bene.

Di cinesi e di vermi

30 Settembre 2008 by violet

La penombra è il vestito che preferisco.
Il sole sta tramontando e questo è il momento migliore della giornata. Fumo una sigaretta guardando un cielo rosso vergogna.
Tutta questa assenza mi ha fatto bene. Ho continuato comunque a scrivere su una specie di blocchetto che mi porto dietro. Considero la maggior parte della roba che scrivo robaccia, quindi molte cose non le ho pubblicate.
Ho finito il secondo anno di università, ho dato una decina di esami e quella del 29 è un’ottima media. Posso ritenermi soddisfatta.
Ho passato tutta l’estate a Milano e questo mi ha dato la possibilità di riscoprire una città straordinaria. La bicicletta che ho comprato per 50 euro da due tossici in fiera è diventata una compagna fedele, chi lo dice che gli oggetti non abbiano un’anima?
Qualcuno che di sicuro ha perso anche la sua.
Sono andata tutti i giorni nella piscina comunale della zona ed è stato entusiasmante, c’erano tutti i relitti della società. Quelli che non hanno i soldi per passare le ferie fuori, gli alcolizzati, paralitici drogati e morti di figa. E io.
C’era anche Patty, una cassiera alcolizzata.
Patty era sempre incollata al suo termos, poi ho capito che in quel termos portava vino e grappa. Beveva con 40 gradi all’ombra e si riempiva di olio Johnson. Un giorno si è messa a prendere il sole davanti a me e quando si è piegata a novanta per aggiustare il suo telo, ho scoperto cosa voglia dire avere la figa costellata di peli neri e grossi come tronchi di baobab.
Il cuoco cinese che lavora con me non dice la parola peli, ma “fili”. Lui afferma che tutti i cinesi sono senza fili. Io lo trovo molto divertente, è per questo che l’ho fatto martire per tutta l’estate. Non riesce a pronunciare la “R” e così gli dicevo:
“Lee dì la parola FERRO”
“FELLO!”
“no cazzo Lee devi dire FERRO!”
“FELLO!”
“no guarda Lee non ci siamo proprio, senti questo suono? RRRRR devi fare RRRRR!”
“LLLLLLLL!”
Lee dice che all’Italia piacciono i traditori, perché qui i traditori sono al potere insieme a quelli che “cambiano faccia”. E a quel punto io resto in silenzio perché ha ragione.
Il silenzio.
È arrivato il momento di romperlo rumorosamente.
Vai Violet.
Affila la lingua.

Il verme

Il verme si è auto invitato nella mia vita una sera d’agosto.
Lo ha fatto in modo subdolo e scortese, tipico dei vermi.
Il verme non ha cultura, se non una sommaria infarinatura di nozioni generiche e banali che stazionano nella sua calotta cranica in modo confuso.
La cosa peggiore però, è che non ha interesse, non ha passione, se ne frega della musica perché non la capisce, non comprende che l’arte ci avvicina a Dio e non ha l’umiltà di ammettere le sue lacune, al contrario le esibisce con assurda convinzione.
Il verme non ha emozioni, non sa cosa esista al di là di se stesso e del suo ingombrante egoismo.
Dice di vivere da solo, in realtà è circondato da un entourage di gente che corre al suo capezzale non appena alza un ditino.
Non sa cosa sia l’amore e quando gli ho chiesto cosa fosse per lui, mi ha dato una risposta tipica da giornale per teenagers “l’amore è quella cosa che ti fa alzare la mattina”.
Al che sono rimasta senza parole, sicuramente gli avrò dato l’impressione di essere rimasta colpita da quella patetica definizione, in realtà mi sembrava sgarbato rispondergli che l’unico impulso che mi spinge ad alzarmi ogni mattina è quello di svuotare la vescica.
Non conoscendo l’amore, non sa neanche cosa sia l’odio.
Il verme non è capace di odiare, schiacciato dal peso del vuoto cosmico che pervade tutta la sua figura.
Un manichino di via Torino ha sicuramente più personalità.
Il verme punta tutte le ragazze che gli capitano a tiro, il suo scopo è rimorchiare il più possibile non perché le persone gli piacciano davvero, ma per dimostrare qualcosa a se stesso e agli altri.
Vive nella perenne condizione di dimostrare che ce la può fare, ha grandi aspirazioni, ma capacità minuscole, quindi questa tensione costante lo devasta.
Di conseguenza lui cerca di devastare gli altri.
Il verme non ha rispetto degli amici. Parla spesso di amicizia, ma si contraddice in continuazione, quelli che il giorno prima erano grandi amici, il giorno successivo sono chiamati “conoscenti”.
Apre spesso la porta di casa sua, ma la gente che va da lui non deve mai essere a mani vuote.
Il verme è bravissimo a prendere e totalmente incapace di donare.
Non ti regalerebbe mai neanche una sedia con tre gambe.
Sbaglia in continuazione con tutti, e nello sbaglio è recidivo.
Insegue gli errori come fa il mulo con la carota.
E persevera.
Diabolicamente.
Tutti in giro hanno avuto brutte esperienze con il verme e tutti ne parlano male.
Persino i sordomuti.
Il verme è un cocainomane senza dignità.
Sniffa di nascosto per paura che qualcuno gli chieda un colpo. Io non l’ho mai visto pippare, ma guardando le foto del mio compleanno mi sono accorta che aveva il naso incrostato di cocaina.
La droga peggiora la sua instabilità emotiva e mentale, e lo fa sudare a fiotti rendendolo ancora più ripugnante. In più amplifica il suo ego smisurato, e la parola che ripete in continuazione è “IO”.
Il verme non ha un briciolo di umiltà, né conosce il senso del sacrificio.
Dio ha già punito il verme, ma la cosa triste è che il verme invece di cercare di capire e di imparare, è peggiorato.
Un giorno l’ho visto sgommare con la sua auto. Una persona che ha avuto un grave incidente dovrebbe sapere che non si sgomma nelle stradine di città in pieno giorno perché è un pericolo per se stesso e per gli altri (anche se la sua scomparsa renderebbe questo mondo decisamente migliore). È ridicolo vedere uno che guida come un coglione e nello stesso tempo ha il tagliando blu raffigurante l’omino sulla sedia a rotelle attaccato sul vetro posteriore della macchina.
È talmente ridicolo da essere inquietante.
Ma il verme non si fa di questi problemi.
Il verme non ha scrupoli. Oltre ad essere patologicamente bugiardo.
Crede di poter comprare tutto. E la gente in virtù della sua menomazione fisica gli perdona un sacco di cose, cose che normalmente non perdonerebbe.
Io invece no.
Per me il verme è uguale a tutte le altre persone.
Anzi è senza dubbio una delle persone peggiori che conosca.
Lui crede di poter collezionare la gente.
Ma l’unica collezione valida che possiede è una fornita schiera di miserabili figure di merda.
Roba da non poter mettere il muso fuori casa.
Fortunatamente per lui, il verme non conosce la vergogna. Niente lo scalfisce se non le critiche che riguardano la sua ridicola sagoma.
Povero verme.
Parla di progetti, di cose che vorrebbe realizzare, ma non fa niente per cambiare la sua condizione, perché non ha sogni se non quelli banali che si assorbono in modo subliminale guardando gli spot televisivi.
La famiglia del Mulino Bianco.
Ecco, il Mulino. Il verme ci starebbe proprio bene sotto quella ruota di legno che gira all’impazzata riducendolo a brandelli.
Il verme non ha rimorsi. La sua profonda ottusità e incapacità di comprendere i propri errori è davvero disarmante.
Con quel sorriso sardonico e beffardo stampato sulla faccia. Proprio sopra il suo rivoltante doppio mento.
Verme, sei già solo.
Verme, tu non hai un futuro.
Il tuo futuro è già passato.
Ti alzi ogni mattina senza un perché.
Con insofferenza.
Senza voglia di vivere.
Avvolto di mediocrità.
E strisci attraverso un altro inesorabile giorno di merda.

Nella foto: saluti dall’estate milanese.

Oggi muoio anch’io

11 Aprile 2008 by violet

Le cose che mi fanno paura sono queste:
una giornata di sole in inverno,
le marce per la pace, i gruppi, tutti insieme sotto la stessa bandiera.
I bambini che piangono, i vecchi che attaccano bottone alla fermata,
la solitudine.

Tu che stai male come non mai, mi spacchi in due col tuo dolore, calore.
I fiumi in secca, l’aria condizionata accesa tutto il giorno,
le radiazioni.
La competizione sleale, l’affanno, la meta che non esiste.
Le schede elettorali, la propaganda, le facce tirate, stirate, contrite,
i pugni alzati, i denti digrignati.
Le birre obbligate del sabato sera, i flirt alcolici, quando tutto ti sembra possibile.
Gli specchi, il neon, la luce spietata che ti rivela, ti sorprende, scoprendo un’immagine che non consideri tua, la musica soft nei negozi, le commesse sorridenti, le buste della rinascente.
Le dita sulla bocca, gli sbuffi di noia, la voce alta che ti sovrasta.
Le pacche sulla spalla, cin cin, tanti auguri, questo è un giorno speciale, cento di questi giorni, vivere per sempre.
Le trame dei film, i palinsesti, i programmi cancellati, le trasmissioni interrotte per un tg che annuncia la causa probabile della terza guerra mondiale.
E poi non succede niente.
Il conflitto, le mani inchiodate nel legno, trafitto, non ti crede più nessuno, sei un uomo illuso.
In disuso.
Il pianto nascosto, sommesso, sospetto e pentito.
I vestiti rossi, sgargianti, sorrisi sguaiati, pugnali sfoderati, l’arma che non ti aspetti, l’insulto in una tasca che ti lascia spiazzato.
Le aspettative, le delusioni, i sogni infranti, cocci irreparabili.
Il livello avanzato, la retrocessione, le classi, dove mi metto, dove mi metto.
La tua band preferita che si scioglie, l’evidenza della fine inevitabile.
La vecchiaia, quello che hai oggi.
E che ieri non c’era.
Il tono solenne, la sentenza, il martello che sbatte, il coro di voci, la mano sul mento.
Un giorno spento.
Svanito, infinito.
I centesimi, fino a novantanove.
Ne aggiungi uno e sei fottuto.
Io.
Quando mi accorgo di addormentarmi.
Nella stessa posizione in cui si addormentava mio padre.

La cameriera

25 Marzo 2008 by violet

Era un anno e mezzo che lavoravo nel ristorante di Alessandro.
Le cose non andavano malaccio, togliendo il fatto che ero sottopagata e che una delle cameriere aveva cominciato a darmi del filo da torcere, così ho deciso di piantare tutto e cercarmi un altro lavoro, però prima di andare via ho detto ad Alessandro tutto quello che pensavo di lui, ovvero che era un grosso e inutile sacco di merda, e alla cameriera (col mento sporgente) ho lasciato due righe nell’agenda delle prenotazioni dei clienti.

hai la stessa personalità di un sorbetto al limone senza vodka: non sai di un cazzo“.

Continua con la lettura »