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Roads

Martedì, 26 Aprile 2005


Da un affilato delirio festivo

Merda e cenere vengono inghiottite dallo scarico del cesso.
La lucidità in questo momento è una cosa che non mi appartiene. Lei bionda con la faccia impregnata di raggi UVA si allunga su di me suggerendomi posizioni ideali.
Penso che forse vorrebbe il mio culo vergine. Mi sento un cadavere sul quel lettino, il cuore è fermo come i pensieri.
Forse la bionda con la voce da colibrì vedrà comparire una macchia rosso vergogna sulle mie mutande. Ancora pochi minuti. Nel riflesso osservo i miei capelli, stanchi e dolcissimi, per niente aggrovigliati, sono l’unica cosa disciplinata che possiedo.
Ho passato un’ora con lo specchio fra le gambe osservando la mia fica e fantasticando su pareri altrui.
E distruttivi giudizi.
Sono senza controllo.

Un papà deforme si trascina nel supermercato spingendo un carrello strapieno di cibo per famiglie e affiancato da un figlio servizievole e piccolissimo.
Ho pensato di vedere un angioletto e i miei occhi hanno partorito lacrime caldissime.
Che ho nascosto dietro lo scaffale della cartaigienica, contemplando quel piccolo quadro perfetto.
La signora fornaia in borghese mi ha salutata e io quasi non la riconoscevo senza quel fottuto cappellino bianco. Lei era un’imbrogliona, cercava sempre di fottermi sui centesimi, me ne accorgevo e la lasciavo fare, solo per la roba piccola però, altrimenti la fulminavo con occhi lanciafiamme.
E’ tipo un’arma. Una pistola col silenziatore.
La signora fornaia è diversa perchè non lavora più e sembra un essere umano adesso. Il lavoro ti deforma e ti annichilisce.
Lo dice il piccolo sindacalista che dorme in me…

Sul tavolo i fazzoletti appallottolati sembrano rose bianche fiorite su un terreno sterile.
Rose che racchiudono la mia stanchezza e i brividi.
Non riesco a tenere gli occhi aperti. Ingoio alcool e pillole bianche, che bello, ma non credo facciano meno male di un hamburger del Merd Donald.
Sono la mia salvezza anche se vedo le dita puntate.
Mentre aspettavo il mio turno disegnavo per terra con la punta dell’ombrello bagnato. Una stellina e un cuoricino su ogni mattonella. La gente mi è passata avanti approfittando della mia disperata distrazione, sono rimasta in silenzio.
Stavolta.. in silenzio.
Sembra che le campane della chiesa stiano suonando la sigla di Kiss Me Licia. Stringo le mani sulle orecchie.
Ancora un sorso e una sigaretta, una di quelle che avevo smesso di fumare, mi sto scontrando con i miei dannati, strafottutissimi limiti. E sto perdendo. In fondo non sono così forte come mi sono sempre illusa di essere.
Non vedo niente.
A parte questo umido delirio.
Manda giù , ingoia dai.
Non saranno queste mura a ripararmi dal dolore, non saranno loro, avevano ragione.
Ingoia dai.
E dimmi adesso se ce la farai ad alzarti ancora e a fare finta di niente. Vestirti. Rifare il letto.
Andare al lavoro.
Ingoia, ingoia tutto. Dai Violet, dai cazzo. Svuotalo.
Ci sto provando, solo che mi trema la mano.
Ingoia al mio tre.
Si conta sempre fino a tre, non perchè sia il numero prefetto, ma perchè non si conosce il resto.. cosa c’è dopo il tre, cosa c’è..
Non ce l’ho fatta solo un quarto, solo un quarto.
Ho messo su quel vecchio disco dei Portishead, per ascoltare Roads e lei che parla di qualcosa che nessuno può vedere.
Nessuno.
Ingoia dai, ingoia, ancora un quarto.

How can it feel, this wrong,
From this moment,
How can it feel, this wrong.

Mi piace questo pezzo, ogni volta che lo metto su, i vetri tremano.
Come il mio cuore.
Alza il volume e ingoia ancora e ancora…è l’ultimo.
Lo faccio. Vado.
Fatto.
Ora posso continuare. A. Sopravvivere.

Questa è la storia di un piccolo pulcino.. che aveva fatto di una mano grande e forte il suo nido.. la sua casa..
Un giorno distrattamente è scivolato via, e la paura ha preso il sopravvento, il piccolo pulcino non riusciva più a trovare il suo nido.
E piangeva, dov’è la mano, dov’è..
E arrivò il buio.
E il freddo.
E le nuvole sbranarono le stelle.

Riferimenti: Listen and watch.. slonly..Roads