Archive for Ottobre, 2006

Sotto un cielo di cemento

Domenica, 29 Ottobre 2006


I ricordi si aggrappano ai muri.
Bevo una Moretti, fumo una sigaretta, ascolto Vasco e cucino un risotto. Quando tolgo il coperchio alla pentola il brodo mi schizza in faccia, bruciandomi. E questo computer che mi tiene compagnia, nei miei momenti di delirio.
Vorrei la rete per navigare. E perdermi, tra parole ed emozioni estranee. Camminare su fili elettrici e ustionarmi.
Una volta mi hanno regalato un accendino con un uomo nudo, ed è quello che uso tutte le volte in cui non riesco a smettere di fumare.
Stanotte ho sognato che pisciavo nelle scarpe di qualcuno. Mia madre si incazzava e io cercavo di dare la colpa a mio fratello che era così, uguale a quando era piccolo, un angioletto con i riccioli biondi.
La verità è che sono una bugiarda.
E il mio daddy me lo diceva sempre.
Le bugie con lui le usavo per proteggermi dalle sue stesse mani, non avevo altre armi.
Sto diventando un mostro e ogni volta che mi guardo allo specchio mi sembra di rivedere tutto il mio passato e gli errori dipinti sulla mia faccia.
E fanno del mio volto una maschera grottesca.
Mi nascondo quando cammino tra la gente, mi sembra che tutti mi puntino gli occhi addosso, giudici della mia colpevolezza.
Dove sono le stelle adesso.
Nascoste sotto questo cielo di cemento.
Il marciapiede sotto le mie scarpe scorre veloce mentre mi immagino da grande, a spiegare a mia figlia certe cose, come se tutto questo dovesse accadere davvero.
Una bambina tutta per me, per farla diventare quello che avrei voluto essere io.
Vorrei tanto che atterrasse ora, sul mio balcone, per sfuggire alla fatica di avere un compagno, una persona accanto che fecondi i miei cazzo di ovuli.
Perché io un compagno non lo voglio, non riesco ad averlo, non riescono a volermi.
Troppo esigente.
Troppo poco esigente.
Troppo indipendente.
Troppo me stessa.
Troppo amore.
E tutte le parole che prima contavano qualcosa adesso non contano niente, e sembrano solo bugie di merda, messe lì in fila solo per placare i miei bisogni.
E io non ho bisogno di un calmante del cazzo.
Io voglio il sangue, voglio tutto, per poi rifiutarlo immediatamente.
E restare nuda e indifesa.
Mi sento estremamente complessa. Vorrei essere un granello di polvere. Un soffione.Un capello attaccato a un tappeto.
Grido una canzone a bocca chiusa.
?Io sto uguale, anche se penso che, chissà quante volte hai riso tu di me?.
Ero nel ristorante l?altra sera e mentre cercavo di nascondermi soltanto un minuto, (un secondo, quel tanto che sarebbe bastato per non sentire le voci dei clienti entusiasti, o del mio capo testa di cazzo, sempre pronto a sottolineare la sua autorità ) è partita questa canzone.
Ho rivisto il jukeboxe, la sabbia, la mia amica di sempre e tanti sogni sbiaditi.
Avrei voluto strapparmi via il grembiule e tornare a casa. Mollare tutto e prendere il tram.
Possibilmente sul cranio.
Ma sono una vittima anche io, e sono tutto quello che disprezzo ogni volta che parlo.
E quindi alle parole ?E? finita la pausa?, sono schizzata nella sala cercando di fingere di essere una persona normale, una di cui ehy, ti puoi fidare, soprattutto sul lavoro, perché non cazzeggio, e non sto affatto pensando imbottirmi di tritolo e di esplodere in faccia ai tuoi clienti maiali, drogati di cibo.
Quella foto sul muro, davanti alla cassa, è la foto di sua figlia, la principessa del locale, la bambina dello stronzo che mi paga, e mi fa schifo perché è brutta, anche se ha solo due anni. Quando viene a mangiare al ristorante io la guardo in silenzio e tra le persone sedute al tavolo sono l?unica che non pronuncia parole di apprezzamento sul piccolo mostro. Mentre tutti gli altri ridono ad ogni cazzata che la piccola fa e commentano gioiosi le sue moine.
Io mangio in silenzio osservandola mentre ingurgita pezzettini di cibo, pasticciandosi la faccia e ciò la rende ancora più ributtante e deforme.
Con quegli occhi giganteschi e spioventi. E quella bocca enorme, che la fa tanto simile ad una rana.
Avevo promesso di non bere queste birre, ma le promesse non contano un cazzo e quindi ho quasi finito la seconda bottiglia che avevo in frigo.
Adoro casa mia quando viene sera, e mi circonda di buio, proteggendomi.
Sono dentro un uovo.
Nei suoni ovattati.
Al sicuro da me stessa.
Con gli occhi stropicciati.
Adesso mi vestirò.
E scenderò in mezzo alla strada, dritta al bar.Arriva il mostro.
E questa è tutta per me.
Da me.
(Le casse, accendile, stronzo).

Tu sì che sei Speciale
ti invidio sempre un po’
sai sempre cosa fare…e…
e che cosa è giusto o no.
Tu sei così sicura
di tutto intorno a te
che sembri quasi un’onda che
che si trascina me
lascia stare
che ho qualche anno in più

meno male
che sei convinta tu
io sto uguale
mi chiedo solo se
faccio male a volte
a ridere di te

Le stelle stanno in cielo
e i Sogni non lo so
So solo che son pochi
quelli che s’avverano
Io so che sei una donna
Onesta non lo so
soprattutto con Se Stessa
con Se Stessa…forse no

lascia stare
che ho qualche anno in più
meno male
che sei convinta tu
io sto uguale
adesso penso che
chissà quante volte
hai riso tu di me

Cento Jägermeister prima di andare a letto

Martedì, 24 Ottobre 2006


Da lucida

I fagioli bollono nella pentola insieme alle loro amiche.
Patate, carote e lenticchie.
Faccio la tipa sana.
Ogni cosa che ficco in bocca la ritrovo nel cesso, nel giro di circa di un?ora. La cosa mi preoccupa ma sono felice, così dimagrisco.
Chi se ne frega l?importante è essere belle e fighe.
L?importante è che mi apprezzino, se fossi brutta non avrei nessuna cazzo di possibilità su questo pallone sgonfio chiamato mondo.
Accendo una sigaretta, oggi il tempo è piovoso, o meglio, pioggerelloso, tipicamente milanese, perché c?è una netta differenza tra pioggia e pioggerella.
Pioggia = secca e decisa a breve termine.
Pioggerella = lunga e incostante, infinita, indiscreta.
Ti entra perfino nelle ossa.
C?era un barbone all?angolo del Duomo, stamattina, ancora prima di vederlo sbucare da dietro una colonna, ho sentito l?odore del suo piscio, un odore lancinante, acido, pipì malata.
Ho guardato i suoi baffi unti e ho tirato dritto.
Avevo bisogno di un?informazione e quando ho visto un uomo venirmi incontro ho cambiato idea, stava parlando da solo e aveva una faccia tutt?altro che rassicurante.
Sembrava di stare in un incubo, con la pioggia e la gente strana sui marciapiedi, tutto era talmente tetro che ho quasi avuto paura.
Di esistere.
Tra un?ora sarò a lezione di letteratura e come al solito scriverò appunti disgustandomi per la mancanza di passione del professore.
Ti dicono le cose talmente meccanicamente che ti viene da chiedere dove lo abbiano quel cazzo di bottone OFF.
In un posto segretissimo.
Probabilmente sotto lo scroto.
E allora si che sarà impossibile spegnerli.
Il minestrone è pronto.

Da ubriaca

Pare che gli indiani stiano nascosti sotto i palazzi, dentro le mura, o nella metropolitana.
E poi così appena comincia a piovere loro sbucano come lombrichi, con i loro ombrelli disposti a ventaglio, pronti a ed essere venduti per soli cinque euro.
Te ne dò solo tre.
No, dammene quattro.
Te ne dò due.
E così dopo questa lotta sottile, ti sei guadagnato il tuo cazzo di ombrello.
E non sai più chi tra i due, sia stato fregato.
L?altra mattina ho visto una puntata dell?ape Maya e c?era il lombrico depresso che si lamentava, si sentiva inutile, ?non so che cazzo fare? blaterava .
Alla fine della puntata era riuscito a convincersi di essere un tipo giusto, uno che rovescia la terra e che quindi è anche amico dei contadini.
Anche un lombrico ha il suo perché.
Ecco, tutto questo per dire che ora mi sento meno di un cazzo di lombrico, senza braccia e senza gambe.
Giuro che adesso sono proprio ubriaca.
Ho salutato Giù.
Sto bene, certo che ce la faccio, vado a casa da sola.
Non è mica vero.
Mi sono scolata non so quanti Jägermeister e ho passato tutta la sera a giocare a biliardino.
Oh cazzo quando mi ci metto sono un asso.
Una volta ho giocato con uno di cinquant?anni, e mi diceva che ero bravissima, e io sorridevo contenta, pensando che giocavo solo per sentirmi dire che ero brava quanto un uomo, e se possibile, ancora di più.
Più di un uomo di merda che tira steccate.
Mangio crema di riso.
Batto le dita sui tasti come.
Piccole puttane pronte a tutto.
Ho bisogno d?amore stanotte.
Vorrei essere abbracciata, e scopata se possibile.
Sudata, esausta.
Vorrei avere un sogno tra le mani, solo per poterlo fare a pezzi, ma mi accorgo di non avere proprio un cazzo. Mi sento colpevole.
Ho trovato lavoro, per tre sere a settimana andrò a fare la cameriera in un ristorante e poi la mattina all?università.
Senza respiro.
Bhè, sono pronta.
Al sacrifico, alla rinuncia, al no assoluto.
E odio quelle con i tatuaggi e i piercing, messi lì solo per creare un cazzo di look e tutto questo mi fa incazzare perchè contrasta con la mia idea di verginità.
Ed ecco che invecchierai con la tua pelle disfatta e impietosa. Andrai in giro mentendo sull?età e millantando su quante cose tu abbia fatto e su quante persone tu abbia conosciuto.
Che vita avventurosa.
E? così avventurosa che quasi quasi non risponderò più a nessuna cazzo di tua chiamata.
Ho bisogno d?amore.
Vieni a casa mia stanotte?
Ti prego.
Disegna una croce sul mio ventre.
Disegna il tuo passaggio.
La voglia.
La fame.
Il desiderio.
L?abbraccio notturno.
E non lasciarmi qui da sola.
Sul cesso.
A cercare.
Il tuo orgasmo.

Ultimo banco

Martedì, 17 Ottobre 2006


Ultimo banco

Sono seduta all?ultimo banco.
Ultimo banco.
Ultima fila.
Sul fondo.
Scrivo per dare l?impressione di avere qualcosa da fare.
Sono evidentemente la più grande.
Evidentemente per me.
Ecco, è appena entrata una che probabilmente avrà quarant?anni.
Bene o male io riesco a camuffarmi. E? che, cazzo, voglio sentirmi una di voi.
Il professore è in ritardo.
Un ritardo imperdonabile, per il mio primo giorno qui.
Non ci sono maschi nei paraggi.
Questa è una facoltà di fiche, e alcune di loro scommetto che non sanno neanche di averla, la fica.
Ah, eccolo, un ragazzo.
Pieno di eruzioni cutanee sul viso, per intenderci, brufoli di merda, brufoli su un tappeto di pelle marcia, sai com?è, sta ancora passando all?età adulta.
Lo sfogo della gioventù, tutte le mamme consolano i figli brufolosi con questa stronzata. Mi chiedo perché la gioventù dovrebbe sfogarsi in questo modo crudele, accanendosi sulla faccia di un povero vergine.
Mani che si stringono ?Piacere io sono..? ?Ehy, sai che mi hanno ripescato??.
La voglia di fare amicizia.
La sete di conoscenza.
Si, come no, la conoscenza della fica.
L?eccitazione del primo giorno di scuola.
Il bisogno di fare gruppo per condividere tutte le proprie incertezze.
E io, dal fondo, osservo tutto, in modo famelico.
Mi sento come se stessi qui, contro questo muro con una mitragliatrice puntata su queste teste di cazzo innocenti.
Questo farebbe di me un?assassina.
Mani nei capelli.
Quaderni griffati.
Borsellini perfetti, dalla cerniera integra.
Cellulari sui banchi.
Cristo.
Che qualcuno si giri.
E mi chieda come cazzo mi chiamo.

Primo banco

Io sono una ragazza polacca.
Siedo in prima fila.
Sono polacca e riconoscibile dal capello semilungo raccolto in un?orrenda treccia fuorimoda. No, io non porto la chioma sciolta e lucida come queste italiane fanatiche.
Ho l?occhio azzurro, vengo dall?est.
L?occhio azzurro e scialbo, spento.
I miei vestiti stile cinese-barocco sono stati comprati alla bancarella.
Da mia madre.
Mia madre è venuta in Italia e mi ha portato con sé.
Fa le pulizie. Si spacca il culo per 20 ore al giorno per mantenere me e i miei fratelli.
Ogni tanto fa la puttana, e lo fa per arrotondare, questi cazzo di libri costano troppo. Io faccio finta di non sapere niente, in realtà non me ne frega un cazzo se batta o meno, io lo faccio per me.
Vengo dall?est, devo essere la più brava.
Devo stare seduta qui in prima fila, nel corso di francese, questo posto è mio.
Devo stare attenta capito? Mi dico.
Non devo perdermi una parola, devo cogliere il momento giusto per dimostrare alla professoressa che sono brava, che so parlare bene, che sono la migliore, che sono polacca e migliore di tutte queste stronze italiane.
Con i miei orecchini dorati a forma di cerchietto stile bambina-terrona-acconciata-dalla-nonna.
Io non sono quella che fa domande, io do solo risposte, e se qualcuno cerca di precedermi lo batto sul tempo.
Non finirò a fare le pulizie, non farò la fine di mia madre.
Sono una polacca di successo, una che farà carriera.
E un giorno, dopo la laurea, mi sposerò un riccone e lascerò la catapecchia nella quale vivo.
Avrò una Jacuzzi e vestiti neri ed eleganti.
Manderò generosi assegni alla mia famiglia, in modo che mi venerino.
Mi guarderanno da lontano come un mito, una dea, una madonna che dà loro la salvezza.
Maledetti italiani.
Vi faccio vedere io di che pasta è fatta una polacca.
Ecco una domanda.
Scansatevi, è il mio momento.

Non voglio fare la spesa al LIDL

Giovedì, 5 Ottobre 2006


C?è il temporale.
Proprio oggi che avevo steso il bucato bianco.
I miei fottuti vestiti bianchi.
Quello che ho preso a Nizza, e quello che ho preso sull?isola, da figa.
Una notte mentre camminavo per la strada, scalza, con quel vestito, mi si è affiancata una macchina.
Due ragazzi.
?Ragazze, volete qualcosa da bere??
Mi sono presa il bicchiere di gin che uno di loro aveva in mano.
?Dove state andando??
Andiamo a casa.
?Che dite, facciamo una canna??
Falla.
Hanno parcheggiato. Erano tutti e due rasati, portavano jeans e canotte nere.
Erano di Milano.
?Siamo i B-Boys?.
I B-Boys, cazzo. Beccare due B-Boys alle quattro di notte, e fumare una canna con loro.
Bhè a dire la verità è stato bello.
Uno non faceva altro che parlare della sua ragazza, di quanto le piacesse, e di quanto fosse grassa e brutta, e poi lei l?aveva anche mollato e quindi lui ci era rimasto sotto.
Mi hanno lasciato un biglietto, con un disegno e un numero di telefono.
Poi, sono tornata a casa, guardando dal finestrino della macchina le rocce minacciose sul lato della strada.
E ora su quel vestito si sta abbattendo il temporale.
Cos?è che lega tutte le cose?
Ieri sono andata a fare un colloquio e credo di essermelo giocato. Il punto è che non mi va di essere trattata con sufficienza da una stronza-capo-del-personale.
Le ho risposto di merda, sono stata sgarbata.
Diavolo, ti fanno sentire come un?albanese con la busta del LIDL in mano.
Come una sull?orlo del precipizio, del tipo, non hai un lavoro?
Allora sei fuori.
Che poi dico, io adesso farei qualsiasi cosa, tanto il lavoro mi serve solo per mantenere gli studi, quindi o tu stronza, o un altro, non fa differenza per me.
Per me, per te invece si, dato che una meglio di me non la puoi trovare. (ah ah)
?Elencami tre tuoi difetti?.
Silenzio. Squilla il telefono. La stronza risponde. ?Pronto pronto?.?
Pronto un cazzo.
Mette a posto la cornetta.
?Allora ci hai pensato?
?No.?
?Perché??
?Perché io non ho difetti?.
(Ho appena aperto il balcone per prendere il vestito B-Boys, e un fulmine stava per colpirmi in pieno lo giuro. Quindi sono rientrata senza vestito, perché ho paura e perché voglio deridere il Dottor Casa mentre fa lo stronzo.)
E niente i giorni in questo momento scorrono così, tra facce di merda e fogli per ammissione alla graduatoria universitari abbastanza minacciosi.
Gli studenti sono pregati di presentarsi OBBLIGATORIAMENTE qui a quest?ora.
E se non lo fai, bhè.
Allora sei fuori.
Tanto sarò fuori anche quando sarò dentro.
E mi immagino girare con un cartello al collo, riportante una scritta in maiuscolo e grassetto rossa che dice ?ELIMINATA?.
A quel punto gli albanesi e i marocchini che incontrerò per la strada mi diranno ?Bella! Sei una di noi!? e mi forniranno i loro simpaticissimi gadget:la busta del LIDL.
Il marchio di riconoscimento dei disoccupati.
Bhè, sai cosa.
Mi metto a letto, fantasticando sul giorno in cui anche io potrò fare la spesa all?Esselunga.
E mi masturbo.

Eccomi.

Domenica, 1 Ottobre 2006


Milano stanotte ride.
E quando lo fa non sembra più la stessa.
Sono un po? rincoglionita dalla marijuana di Gio.
Ho fatto il mio ingresso in questa città stremata.
Ah, non è cambiato niente, giusto qualche insegna, in linea con la cafonaggine del quartiere.
Rido.
Ho anche rivisto Serafino, era sulla soglia del bar mentre cercava di uscire barcollando.
Mi sono sentita al sicuro davanti a tutto questo.
E poi cazzo, qui ho tutte le mie cose.
Le mie mille cagate ben riposte.
Ho svuotato le valigie e tutta la stagione mi è passata davanti. Farfalline, cuoricini, orecchini di ogni tipo.
La mia collezione di cartoline tamarre dell?isola.
(*Donna sullo scoglio tutta riempita di glitter con sfondo paesaggistico e cuoricione sul petto con foto della scogliera.
*Tre maiale sulla spiaggia di schiena coronate dalla scritta ?CIAO? arcobalenosa
*Stemma centrale raffigurante Napoleone su un cavallo in preda ad un attacco di panico, affiancato da due stemmi laterali riportanti foto di spiaggia+ scogliera, entrambi tutti tempestati di diamanti.
Mi è dispiaciuto non aver preso la cartolina tridimensionale nella quale a seconda dell?inclinazione avrei potuto ammirare uno splendido scorcio di natura selvaggia oppure un cuore sulla sabbia con freccia trapanatrice e scritta I LOVE YOU.)
Il cattivo gusto mi attrae.
Mi sento a disagio davanti a questo cazzo di foglio.
Vorrei tornare a correre scalza per la strada, come ho fatto per quattro mesi.
Per poi guardare i piedi neri a fine serata ed esplodere di gioia.
Ci sono posti che ti avvicinano a Dio.
Proprio lì vicino al cielo.
La notte su quel fienile. Neanche il temporale è riuscito a raggiungermi. Allungavo un dito. Ed ero tutta dentro. Il cielo. Avrei voluto restare così per sempre.
Cornice perfetta.
E le corse in vespa all?alba, mi sembrava che gli alberi e le montagne si aprissero al mio passaggio, io, come coltello nella terra.
Nella ferita.
E? la gente che rovina tutto.
Anche se sei una signora bellissima, col costume griffato, il pedicure impeccabile, i capelli orrendamente a posto, bhè dico, anche se sei così, quando andavi a pisciare nel mare io me ne accorgevo.(E tu che ti preoccupi delle responsabilità penali di sto grancazzo, bhè alle mie pene ci penso io, qui dentro so dove poggiare le chiappe.)
La parvenza, il sipario delle persone.
I bambini no, loro sono a posto.
Li ho amati tutti, dal primo all?ultimo.
Mi mancano.
Mi facevano sentire un cazzo di capo tribù.
?Io da grande voglio una fidanzata come te, una che nella testa non ha niente, solo scherzi?.
Come si fa a non morire davanti a tutto questo.
Non ho avuto tempo per respirare. La notte dura giusto un battito di palpebre.
Ho riempito la mia stanza di scritte. Non potevo fare a meno di scrivere. E ora c?è un armadio che celebra il giorno del mio compleanno.
Ho avuto la prima festa a sorpresa della mia vita. Una sorpresa vera, tutta per me. Mi sono ritrovata a piangere davanti ad una candela.
Che poi le candele le ho sempre trovate crudeli.
Devi spegnerle, non accenderle, e ti ricordano che stai bruciando anche tu.
Mi sento viva.
E felice.
Ora si ricomincia. Di nuovo. Il lavoro, e tutto il resto. Ma è come se avessi un?armatura addosso. Mi sono anche fatta gli occhiali, così posso fare i colloqui atteggiandomi da segretaria porcona, dicono che funzioni.
Ho intenzione di prendermi tutto.
Voglio uscire sulla copertina del Times e fare il personaggio dell?anno.
Con l?abbronzatura, e il mio cappello da amazzone.
Sento che fuori sta piovendo, mentre respiro fumo.
Trappola dolcissima.
Resto aggrappata a queste sbarre.
Con tutte le unghie.
E penso.
A quelle notti.
In cui.
Ho scopato con la luna.