Archive for Febbraio, 2007

La notte nel pugno

Lunedì, 26 Febbraio 2007


Cammino sui binari bagnati.
Lucidi, come lame affilate.
Sulla mia testa una corona di fili elettrici.
Le macchine sono colme di gente. Una bionda con tre uomini. Penso che sia una di quelle puttane di lusso, non come quelle che battono sotto casa mia dalle dieci all?una e mezza. Loro sono battone a buon mercato, glielo si vede dai vestiti e da quegli stivali con i tacchi mostruosamente storti.
Gli spazzini agli angoli delle strade mi guardano ammiccanti, nel momento in cui divento oggetto delle loro occhiate, vorrei morire.
Arrivo alla fermata, mi appoggio al palo e aspetto l?ultimo autobus.
Stringo forte il mio libro.
Guardo il selciato, la luce proietta le ombre della gente in avvicinamento, posso tenere sotto controllo la situazione.
Se per terra vedo solo una testa, allora va tutto bene.
Se invece vedo il busto di qualcuno, allora vuol dire che devo girarmi e controllare che nessuno mi si avvicini troppo.
Il telefono è in tasca, insieme ai soldi della settimana scorsa.
Lascio sempre la porta finestra di casa aperta, se qualcuno dovesse rubarmi la borsa potrei sempre entrare dal balcone della vicina.
Tutto studiato nei minimi dettagli.
Sotto casa non c?è nessuno, sono tranquilla. Entro nel portone, si sente ancora quella puzza, a piano terra c?è un marocchino che viene a dormire abusivamente e poiché l?appartamento che ha occupato non è ad uso abitazione, non ha l?acqua in casa. Tutto l?ingresso del mio palazzo ha preso l?odore della sua merda e dei suoi piedi sporchi. Sulla sua porta sono attaccati decine di fax di condomini che si sono rivolti alle forze dell?ordine, ma ad oggi nessuno è ancora venuto a fare un cazzo.
Salgo le scale a piedi, passo davanti alla casa della vecchia.
Non si sente niente.
L?altro giorno l?ho incontrata per le scale mentre chiedeva aiuto, era in stato confusionale, diceva che le faceva male tutto e mi ha chiesto se potevo chiamare un dottore perché voleva andare in ospedale, io le ho detto di si e siamo andate a casa sua. Prima di entrare lei ha infilato le chiavi nella toppa, ma la porta non si apriva. Aveva sbagliato appartamento, quindi ci siamo messe a cercare il suo, quello con il cognome giusto sul campanello.
Trovato.
All?interno non c?era spazio per muoversi e si sentiva un odore pungente di fumo, tipico di quelle case in cui non si apre mai la finestra per cambiare l?aria. I mobili erano tutti marci e opachi e al centro della stanza, l?unica, c?era un letto enorme in cui dorme lei e quel coglione di suo figlio, un alcolizzato cinquantenne. Uno con capelli rossi e la faccia da cirrosi epatica.
Ho aperto i cassetti per prepararle una busta con il pigiama e le mutande. La roba era vecchia, gialla, mangiata dalle tarme. C?erano soldi un po? dappertutto, avrei potuto rubare qualcosa, ma non l?ho fatto.
Diceva che il figlio la picchiava e che era scappato, diceva che forse stava scopando in un parco.
Mentre parlava speravo di morire prima di arrivare ad 81 anni e di ridurmi a un mucchio di pelle, ossa e pazzia.
Sono arrivati quelli della croce rossa e se la sono portata via.
Ho lasciato un biglietto sul tavolo di casa sua, ?Tua madre è in ospedale?.
L?ho guardata entrare nell?ascensore sulla sedia a rotelle e sono andata via.
A casa non accendo più il riscaldamento perché devo risparmiare, ma ci sono momenti come questo in cui sono nervosa e in più ho freddo, ma non posso permettermi un cazzo per il momento.
Ho deciso di farmi i soldi sulle troie della mia facoltà, quelle che girano con le borse di Roberto Cavallo, quelle che parlano stando bene attente a sottolineare quanto siano stati bravi i loro genitori a regalargli la Mini Minor per il compleanno.
E poi si presentano all?esame e prendono 18.
Io non sopporto la cocciutaggine. Non sopporto le ragazze che non studiano, che non sanno parlare e che balbettano davanti ai professori, cresci per Dio. Ho escogitato un modo per avere libri gratis e per mangiare su queste inutili teste di cazzo.
Le mie amiche scherzando mi chiamano ?l?aguzzina?. Quando mi sento chiamare così mi immagino passeggiare per l?università con la coppola e il sigaro in bocca come una mafiosa vecchio stampo e questo mi piace molto.
Vuoi l?esame completo?
15 euro.
Vuoi le fotocopie del libro?
Dieci euro.
E portameli subito altrimenti niente esami e niente appunti, brutta testa di rapa.
Sto soffrendo di attacchi di panico, non so perché, la notte addormentarsi è diventato un miraggio, mi sembra di stare per morire, riesco a dormire solo dopo essermi masturbata due o tre volte.
Molto deprimente, davvero.
Resto sveglia fino a tardi e guardo la televisione sognando il Giappone, dove una donna può camminare tranquillamente a qualsiasi ora della notte, sogno di uccidere la russa accattona che lavora con me, con quella sua pelle grassa e lucida che mi fa davvero incazzare, sogno di picchiare a sangue le mie ex compagne di liceo e di avere una bambina. Mi immagino mentre racconto alla mia futura figlia la mia vita, e le dico che non deve cercare di fregarmi, perché io ho fatto tutto alla sua età.
Alla sua età.
A quindici anni ero già un?esperta di canne e di tutti i tipi di amari.
Il mio migliore amico si chiamava Louis. Era frocio, ma ancora adesso fa di tutto per nasconderlo. Era talmente convinto di non esserlo che mi usava come copertura, pensava di essere innamorato di me e quando mi guardò confessandomi i suoi sentimenti io cominciai ad odiarlo.
Anche io lo usavo come copertura, lo portavo con me dagli sballati, così potevo drogarmi tranquillamente mentre lui guardava. Uscivamo sul corso principale così mio padre vedendomi con Louis che era notoriamente un bravo ragazzo, non avrebbe potuto sospettare niente.
I suoi genitori però si erano accorti di tutto e quindi un bel giorno gli vietarono di uscire con me.
Fui costretta a fare tutto da sola, mi aggiravo per le strade secondarie del mio paese, fumando e bevendo di qua e di là.
Una volta ero così ubriaca che tornata a casa mi misi a pisciare sul balcone e precisamente nel vaso dell?albero di natale che piano piano stava seccando dopo aver illuminato con le sue palle casa mia, qualche anno prima.
Il conflitto con mio padre in quel periodo si faceva sempre più aspro e io ero così stanca che pensavo in continuazione di uccidermi buttandomi dalla finestra.
Compravo rullini da 24 per la macchina fotografica e ogni giorno mi affacciavo alla finestra e scattavo fotografie verso il basso, per cercare di capire quanto mi sarei storpiata una volta che mi fossi buttata di sotto.
A quei tempi uscivo con i relitti del CEP (centro elementi pericolosi) e loro mi insegnarono ad uccidere i gatti e ad usare e fabbricare una fionda, mi insegnarono anche a fregare la gente, soprattutto gli strani, quelle persone di trent?anni che non ci stavano tanto con la testa.
Riuscivo sempre a rimediare almeno 10.000 lire al giorno.
Il culmine lo raggiungevo durante i giorni della festa del mio paese, quando c?era un sacco di gente e si poteva scroccare a destra e sinistra.
Mi sputtanavo tutto in alcolici e poi andavo a farmi due giri sul Tagadà. Il Tagadà per me era il massimo. Mi sedevo sul disco e mi reggevo forte allo schienale. Il tipo dalla consolle metteva le canzone disco del momento ?This is the rythm of the night? ?What is love? ?All taht?s she wants? e cazzate del genere, incitava le ragazze a mantenersi le tette perché quello sarebbe stato un giro davvero fico.

Breve storia del Tagadà.
Un tempo il Tagadà si chiamava ?Ballerina?, la struttura della giostra era più o meno la stessa, solo che al centro c?era un grosso manichino, una ballerina, con tanto di tulle e posizione classica. Col tempo la ballerina è stata soppiantata dal tamarro di turno, e quindi ecco il Tagadà, parola che in altri termini vuol dire: il palco girevole del tamarro di paese.

I tamarri di paese si mettevano in piedi al centro della giostra e cantando le canzoni del dj dimostravano a tutti quanto erano bravi, a volte facevano finta di cadere per tuffarsi sulle ragazze e mettergli le mani tra le gambe. Era l?unica occasione che avevano, come biasimarli.
Mi divertivo davvero tanto e qualche volta mi capitava di pisciarmi sotto dal ridere, per lo sballo che già avevo in testa.
Una volta scesa dal Tagadà mi fiondavo sugli autoscontri prendendo una macchinina in coppia con uno dei miei amici relitti, guidavamo come matti e andavamo addosso a tutti quegli stronzi figli di papà. Ogni volta che cozzavamo con una delle loro macchine io mi sporgevo e gli mollavo anche un ceffone dietro la testa, gli tiravo i capelli o gli stampavo una pedata sulla coscia.
Se invece ci venivano addosso facevamo il possibile per vendicarci dello schianto subìto con tutta la violenza possibile.
E allora io mi sentivo viva.
Il conflitto con gli altri, con mio padre, mi teneva in piedi.
Adesso invece, la guerra con me stessa mi spezza in due.
E mi ritrovo di notte, a casa, sul balcone, ad esplorare la distanza fra me e i palazzi di fronte, carichi di gente.
Io e gli altri.
La solitudine e la folla.
Io davanti e dietro il buio.
Con la notte nei pugni.

Menu del giorno : minchiate miste

Lunedì, 12 Febbraio 2007


Stamattina ho incontrato il vecchio chiacchierone.
Ogni volta che lo intravedo cerco di evitarlo, altrimenti inizia ad urlare da lontano, mi chiama, mi chiede come sto, e poi comincia un personalissimo sfogo che sfocia sempre nel pettegolezzo di condominio.
E? basso e grosso, sembra Pinguin di Batman, odora di acqua di colonia, intensa e pungente.
Oggi mi ha raccontato di sua nipote che fa l?avvocato e di come sia diventata ricca grazie ai divorzi. Io ascoltavo attentamente, ma la cosa che mi interessa di più sono i pettegolezzi del condominio. La puttana del quinto piano, la lesbica del secondo e le orge di quelli della palazzina A.
Il ruolo che io assumo in questi casi è quello della ragazza saggia e in gamba che dà ragione al vecchio. Non sono d?accordo con lui su niente, ma faccio finta di esserlo perché è ciò di cui lui ha bisogno in quel momento.
Il vecchio lo conoscono tutti e tutti hanno di lui una pessima opinione, quando parlo con i condomini che la pensano così io do ragione anche a loro, ?è vero quel vecchio è proprio un rompicazzo, e sa, è proprio un pettegolo!?.
La gente ha bisogno di essere ascoltata e approvata, e io lo faccio.
E con questo mi sono guadagnata un posto in paradiso.
Ieri notte camminavo con Michele verso l?ennesimo pub ancora aperto. Faceva freddo, ogni tanto ci siamo a fermati a pisciare dietro le siepi. Urina piena di bollicine e di birra.
Alle due ho visto la puttana/drogata del mio quartiere, era sulla strada e come al solito stava facendo l?autostop.
Ho trovato il tutto molto poetico..milano di notte, l?ubriachezza, la disperazione, la droga, la ricerca, la vista appannata, l?odore di marijuana sulla mia giacca, le macchine veloci, le luci rosse e il naviglio che scorre con violenza, come non mai.
Sono stata al pub di Alberto.
Dal tavolo guardavo la cameriera spillare la birra e mi sono concentrata sulla sua bruttezza. La regola è che i clienti del pub debbano fare il filo alla cameriera, e anche lei ha i suoi pretendenti: un nano con le gambe storte, uno zoppo, e un secchione magro con gli occhiali.
Pensavo che tutti quegli storpi rappresentino per lei una grossa sicurezza. La brutta parlerà con la sua migliore amica raccontandole di come sia contesa dai clienti al lavoro, l?amica fingerà di essere contenta per lei e la brutta si sentirà accettata.
E non penserà più alla sua bruttezza, anzi, si sentirà bella.
Capisco come funzionano certe cose, io ho cominciato presto a lavorare nei bar.
All?inizio mi facevano fare di tutto, compresa la pulizia dei cessi e del magazzino. Li odiavo e quindi rubavo. Ho rubato tantissimi soldi con una tecnica inventata da me.
Facevo scivolare i soldi sotto la cassa e a fine giornata li raccoglievo mettendoli nel reggiseno. Non mi hanno mai scoperta.
A volte quando pulivo i cessi lo facevo con disprezzo. Usavo il mocio vileda sporco e lo passavo sul cerchio del water alla buona. Al momento però non facevo caso al fatto che quel cesso lo usassimo solo noi del personale, così, quando ho realizzato, ho cominciato a pulire per bene.
Ma dentro di me sognavo la furia di un?epidemia.
Col tempo ho smesso di rubare.
Ora sono una cameriera onesta e rassegnata.
Rassegnata alla gentilezza e al sorriso perenne.
Venerdì al ristorante è venuto a mangiare uno stronzo farmacista, sposato con due figli. Lo stronzo era in compagnia di alcuni amici e si può definire un cliente abituale. Quando è andato via ha chiesto al titolare se poteva avere il mio numero di telefono.
Lo stronzo ha pensato che io sia la classica ragazza facile e senza speranza, una che lavora nel ristorante perché non ha altro da fare nella vita, una ragazza ignorante che non sa mettere quattro parole in croce, a parte quelle del menu, una stupida che non vede l?ora di incontrare un uomo ricco, pronta a lanciarsi in avventure a base di sesso nascosto.
Con quel suo capello fluido alla Ridge Forrester, la sicurezza dei gesti, quel modo apparentemente dignitoso di stare seduto a tavola, la sfrontatezza stampata sul sorriso subdolo.
Mi sono sentita uno schifo per essere stata notata da uno come lui.
Lui ovviamente penserà che invece debba essergli grata.
Che schifo.
Quando ho cominciato a lavorare al ristorante avevo dimenticato queste dinamiche.
Più passa il tempo e più le situazioni si delineano con chiarezza. Il quadro dei clienti è sempre più limpido.

Il solitario: viene a mangiare tardi, appena prima della chiusura, quando stai già cantando vittoria. Porta gli occhiali, ha sempre con sé un libro, anche se si tratta dell?ultimo numero di Topolino, e mangia le stesse cose della volta precedente. Il solitario avverte cariche negative attorno al suo tavolo, tutti non vedono l?ora che se ne vada fuori dai coglioni, così per rimediare al danno, il solitario lascerà una mancia considerevole.

Le amiche per la pelle: ce la mettono tutta per farsi belle, per risultare irresistibili. Non hanno un fidanzato, e questo glielo si legge in faccia, in quello sguardo da cane bastonato. Stanno ore ed ore a parlare, bevono vino fino a quando non cominciano a ridere come iene, il passo dalla disperazione all?orgoglio di essere singles è molto breve. A fine serata sono completamente disinibite e stringono amicizia con i ragazzi seduti al tavolo accanto. Forse questa è la volta buona. Ma niente, la prossima volta saranno ancora sole, in uno striminzito tavolo per due.

La coppia griffata: hanno la faccia impregnata di raggi ultravioletti in contrasto con le mani bianche, perché quando vanno a farsi di lampade giocano con il cellulare. I loro vestiti sembrano usciti direttamente dall?ultimo numero di Vanity Fair, il giornale per i poveri di spirito e di idee. La coppia griffata sceglie un vino costoso e un secondo poco condito, per evitare che il loro addome scolpito si gonfi in modo da mettere in pericolo le cerniere dei pantaloni Just Cavalli.
I due fondamentalmente si odiano, ma stanno insieme perché si abbinano come uno stivale a punta e una cintura pitonata.
Durante la cena ognuno riceve sms sul proprio cellulare, è questa la loro guerra: rispondere ai messaggi, anche se sono quelli della omnitel, solo per il gusto di vedere soffrire il partner che nel frattempo farà finta di niente, ma che in realtà muore dalla voglia di sapere con chi stia messaggiando la troia/lo stronzo.

L?allegra tavolata di amiconi: sono cafoni, maleducati, non fanno altro che declamare battute alla pierino, finiscono una bottiglia di vino ogni quindici minuti e te ne ordinano un?altra con gesti volgari, fanno la scarpetta e mangiano la carne con le mani spolpando l?osso fino a quando questo non supplichi pietà. Alla fine devono chiedere lo sconto sul conto, perché giustamente hanno mangiato come scrofe e porci. Non lasciano la mancia perchè pensano di aver portato un po? di sana allegria e non una disumana tortura, quindi se ne vanno tutti soddisfatti gridando ad alta voce il nome della discoteca verso la quale si dirigono barcollando. Quando escono corro in cucina, apro il freezer e ingollo una sorsata di vodka ghiacciata. Per dimenticare in fretta.

Il vecchio frocio e l?amante russo: il vecchio è uno stronzo acido, il giovane è un simpaticone che si atteggia con distacco nei confronti del suo compagno, in modo che nessuno pensi male e sospetti ciò che accade nella loro camera da letto. Il vecchio mangia poco, ha già il colesterolo a tremila, il giovane mangia e beve a iosa, in modo da trovare il coraggio per farsi inculare più tardi.

La spensierata famigliola perfetta: madre, padre e figlia. Il microcosmo assoluto. Il numero tre per eccellenza. Gli intoccabili. La bambina con le sue cazzate da figlia viziata è sempre al centro dell?attenzione, se per qualche malaugurata ragione i genitori cominciano a parlare tra di loro, la nana malefica inizierà a cantare e a fare casino con le posate e i bicchieri, ciò che stanno facendo la mamma e il papà è imperdonabile per lei, quindi anche un rimprovero risulterebbe ai suoi occhi una sacra benedizione. In realtà è lei che comanda, redarguisce il padre se chiede una cosa particolare a me, un piatto cucinato in modo diverso o un vino che non è in lista. La mocciosa non perdona, è capace di farsi venire una crisi epilettica pur di risultare la star del momento.
Nel suo immaginario lei è come Gesù bambino.
In mezzo al bue e al somaro.

I trentenni personal trainer: hanno appena finito di lavorare in palestra, entrano come galli cedroni, convinti che tutti al loro ingresso debbano voltarsi, e soprattutto, una volta seduti, le cameriere non devono ignorarli, ma prenderli in seria considerazione. Spiegherò meglio con un simpatico aneddoto. Qualche sera fa i cerebrolesi sono venuti a mangiare e uno di loro sfoggiava un videotelefono ultimo modello. Al mio passaggio mi hanno chiesto se potevano farmi una foto, io ho risposto di no, ma hanno cercato di convincermi con una frase terribilmente infelice: ?Dai fatti fare una foto, così sei su internet!?.
Io ? ?No, guarda, non credo sia una buona idea, e poi sono già su internet?.
I cerebrolesi ? ?In che senso??
Io ? ?Nel senso che ho un blog?.
I cerebrolesi ? ?Ah davvero? Ci dai l?indirizzo??.
Io ? ?No guarda, credo che sia inutile, sul blog scrivo le mie cose, non ci sono le figure?.
I cerebrolesi ? (non afferrando pienamente il senso delle mie parole, sono sprofondati in un silenzio gelido e imbarazzante).
Queste sono le cose che mi fanno stare bene.
Sono andata in cucina, ho aperto freezer e ho ingollato una sorsata di vodka ghiacciata.
Per ricordare e celebrare il momento.

Nella foto: io in un momento di relax e in posa sexy, rilassata, dopo una serata passata al ristorante.

Nano ti amo

Sabato, 3 Febbraio 2007


Di mille frantumi

C?è il panico notturno, quello che io penso che non esista, ma si fa vivo in qualche modo.
La fame, il cuore accelerato e i pensieri di modelle anoressiche suicide.
Poi la strada verso l?università, l?incontro mesto e funesto con chi è stato segato all?esame, gli occhi lucidi, la delusione e lo sconforto altrui, è tutto talmente chiaro ciò che provano gli altri.
Gli altri.
Raggiungo l?aula, il mio ingresso è accompagnato da un leggero stordimento, dal pensiero di aver mangiato la mortadella la notte prima come una pazza invasata, in preda a nevrosi indecifrabili.
Guardo a destra e a sinistra, poi ancora a destra, tolgo il giubbotto, controllo che nella borsa ci sia tutto, gli appunti, gli occhiali, il telefono, le mentine, l?accendino, l?abbonamento, il libretto e i fazzoletti di carta usati e appallottolati come piccole rose bianche infette.
Quelle tipe laggiù le conosco, vado da loro, sondo il terreno per capire se sono sufficientemente preparata.
Okkay, questo lo so, questo lo so, e questo? Ah si, lo so. Tu no? Okkay te lo spiego.
Mi sento tranquilla, la figa di legno mi chiama.
Lei, con cui non è che abbia avuto un rapporto proprio idilliaco durante il trimestre, ?Signorina, siamo in un?aula universitaria, mica in un reality show?, questa frase mi riecheggia nella testa.
Dieci minuti, il mio argomento preferito.
Trenta.
Sono libera, ho voglia di chiamare tutti, amici, parenti e nemici per renderli partecipi del fatto che sul mio libretto ora c?è un trenta, e che quindi sono una gran fica.
Trenta.
Apro il libretto più volte, mi guardo il voto, la firma, cerco di fossilizzarmi sull?attimo in cui mi è stato detto che sono un trenta, ehy! Io sono un trenta!
Cammino per la strada e stringo forte la borsa sotto il braccio, perché nella borsa c?è il libretto e nel libretto c?è scritto trenta e io, diavolo, sono trenta.
Più ci penso e più mi sembra un numero perfetto e mi chiedo se gli sconosciuti nella metro possano capire che sono appena uscita vincente dalla sessione d?esame, ma nessuno sembra comprendere, nessuno mi guarda, quindi apro il libretto e spero che quelli seduti accanto a me sbircino sul mio prezioso documento e capiscano cazzo che vicino a loro è seduta una ragazza che ha preso trenta e pensino ?questa si che è una ragazza intelligente!? ?sul libretto di questa tizia c?è scritto trenta, eh? lei si che ha qualche chanche nella vita, ma perché non ho fatto anche io l?università? Perché non ho ascoltato mia madre? Sono proprio un coglione!?.
Vorrei questo.
Ma nessuno mi caga.
Nessuno si accorge di niente.
Ma quanto sono stupida, cosa mai può fregare alla gente di me? E nel momento in cui mi do della stupida, per il mio voto, per quello che mi ha detto la professoressa e per tutte le mie dannate stronzate, mi accorgo che quell?euforia si è frantumata.
Sparita. È solo un attimo. Un insieme di attimi che durano quindici minuti.
Restano solo un numero piccolo piccolo, e una firma.
Qualcuno ha detto che il ricordo della felicità non è più felicità, ma il ricordo del dolore è ancora dolore.
(La mortadella porta fortuna.)

Del mercato, ennesima parte

Cammino per il mercato. C?è quello che vende il mangime per gli uccellini, i fruttivendoli terroni, le bancarelle delle mutande e dei pigiami, gli indiani della frutta a prezzo stracciato e ogni tanto un marocchino solitario che vende finocchi o qualche carciofo.
Tutti gridano per vendere la roba, le ultime banane rimaste e l?insalata spelacchiata, i fruttivendoli abbindolano le vecchie con battute sessualmente allusive ?signora, le piace questa banana?? la vecchia di turno ride, ma fa l?ingenuotta, con quella faccia tipica di chi non vede un cazzo da una vita e che ha fatto del sesso solo per restare incinta, come conviene alle persone per bene. Come le hanno insegnato i genitori emigrati tanto tempo fa.
Alla fine la vecchia comprerà le banane ammaccate, sentendosi in colpa sulla strada di casa, per aver ceduto a quelle avances volgari e per aver speso un euro per delle banane quasi marce.
Io mi fermo al bancale dei polli per comprare le uova fresche.
La bancarella dei polli è molto triste.
Moglie, marito e figlia.
Il marito vende le uova davanti ad un furgone rosso e giallo molto pacchiano, la cosa è studiata per attirare l?attenzione dei passanti. Ci sono cartelli sgargianti che riportano il prezzo d?occasione, il risparmio del 50%, l?affare della giornata. Sul furgone si vendono patate fritte e polli infilzati da spiedi ardenti che girano all?infinito, come se fossero martiri condannati alla peggiore delle pene.
La moglie è bionda, ben truccata, non tanto bella, una signora sulla cinquantina che scherza con gli altri mercanti, lei cerca sempre di parlare con tutti, perché così la giornata passerà velocemente. La signora dei polli odia la signora del baccalà della bancarella di fronte. Dice che è sporca e che puzza ed è per questo che i clienti non si fermano a comprare i suoi polli e le patate.
La figlia è brutta, ha un occhio chiuso e un occhio aperto e ha i brufoli. Il fatto che venda i polli la rende ancora più ridicola. Lei è triste per quel lavoro, sogna di essere bella e spera in una vita migliore, sogna un uomo che la ami e che la porti via da lì, lontano da quei polli infami e dal fetore.
Odia suo padre e probabilmente anche sua madre, ma non lo sa.
Potrei comprare le uova in qualsiasi altro posto, ma io scelgo loro, e lo faccio perché è questa la gente che mi interessa.
Questa è la gente che mi fa sognare.

Dei libri che non hanno prezzo

Mi sono arrivati i libri.
Mi siedo per terra con la schiena appoggiata al termosifone e ne accarezzo la copertina.
Guardo quei ragazzi sul motorino e ne sono già perdutamente innamorata.
Desideravo avere dei libri originali, e per originali intendo di lì, partoriti e pensati nel luogo d?origine.
Lì dove sta il concetto, lì dove sta l?emozione, il fulcro assoluto.
Lui.
E la sua sacra devozione, quella che io cerco di appagare con profana passione.
E le parole stampate si trasformano in indissolubili nodi.
Io, lui, e il mondo.
Il nostro perfetto calvario.

Dei mass media

Ultimamente ci sono tre cose che odio.
Le pubblicità delle minchiate per i cellulari. Ho stilato una personale classifica di quelle più odiose.

1) La cammella che canta e balla una canzone dal terribile ritmo arabeggiante.La cammella è un orripilante pupazzo 3D vestita all?occidentale con uno di quei costumini rosa striminziti che fanno tanto velina. Suppongo che la cosa abbia uno scopo pseudo educativo. Il messaggio è: anche i marocchini e gli arabi che emarginiamo ogni giorno possono produrre ritmi davvero travolgenti e la cammella che è un animale a noi sconosciuto, è davvero un essere allegro e simpatico, tanto da animare il tuo deprimente cellulare. Di solito mi chiedo chi possa spendere una cifra assurda per avere l?odiosa suoneria di una cammella che troieggia senza ritegno, ma presto è arrivata l?illuminazione. Qualche giorno fa ero appena uscita dall?erboristeria quando di colpo ho sentito il malvagio ritmo cammellesco. Ho cominciato a guardarmi intorno con ansia frebbicitante e ho visto un uomo, uno di quei terroni di periferia con la giacca della tuta e tanto di patacca d?oro al collo. L?energumeno aveva la suoneria del cellulare potente come l?impianto del Filaforum. Ha sguainato il telefono dalla tasca e ha risposto alla chiamata con aria tronfia. Quella per me è stata una buona giornata.

2) Il gattino paralitico che si lagna di continuo. L?immagine è quella di un gattino peloso dallo sguardo lobotomizzato. Il corpo resta immobile, ma la sua testa si muove meccanicamente e così anche la sua bocca deforme. Da quel buco nero che chiamerò bocca, sgorga un?altra pietosa melodia che parla di felicità. Dopo aver cantato il gattino comincia a miagolare in modo artificiale e deprimente. Il mio gatto miagolava così quando aveva i coglioni gonfi ed era disperato. Io l?ho fatto castrare. Il mio gatto ora è un uomo felice.

3) Il cane che ti riempie di improperi. Il soggetto in questo caso è un cane, uno di quei buldog brutti e con la pelle cascante, ma si sa, la bruttezza fa simpatia. Il cagnone indossa un paio di ray-ban e si trova in spiaggia in compagnia di alcuni amici. Il simpaticone intonando una canzone ti dice cose del tipo ?sbrigati rispondi al telefono pappamolla? oppure ?sei solo una faccia di gomma?. L?ilarità si taglia a fette. Il sottotesto della pubblicità è che una volta acquistata la suoneria sarai il top del top, i tuoi amici ti invidieranno e ti circonderanno ogni volta che qualche stronzo ti chiamerà.

Della libertà

Velenja mi ha scritto una settimana fa, io capisco ciò che pensa e ovviamente l?approvo. Le cose che leggo in giro per la maggior parte mi fanno schifo. Questa ostentata libertà sessuale mi irrita, il voler raccontare a tutti le proprie avventure erotiche, le seghe, i pompini da quattro soldi, è tutto già sentito e risentito. Visto e rivisto. Visitato e rivisitato, di quella scoperta non resta più niente se non un agglomerato di parole confuse col vano scopo di voler scandalizzare per forza.
Quando la libertà è sbandierata così, da tutti e allo stesso modo, allora diventa un obbligo.
L?obbligo di essere liberi e sessualmente disinibiti a tutti i costi.
Per questo mi autocensuro.

Nella foto: il nano censore.