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La notte nel pugno

Lunedì, 26 Febbraio 2007


Cammino sui binari bagnati.
Lucidi, come lame affilate.
Sulla mia testa una corona di fili elettrici.
Le macchine sono colme di gente. Una bionda con tre uomini. Penso che sia una di quelle puttane di lusso, non come quelle che battono sotto casa mia dalle dieci all?una e mezza. Loro sono battone a buon mercato, glielo si vede dai vestiti e da quegli stivali con i tacchi mostruosamente storti.
Gli spazzini agli angoli delle strade mi guardano ammiccanti, nel momento in cui divento oggetto delle loro occhiate, vorrei morire.
Arrivo alla fermata, mi appoggio al palo e aspetto l?ultimo autobus.
Stringo forte il mio libro.
Guardo il selciato, la luce proietta le ombre della gente in avvicinamento, posso tenere sotto controllo la situazione.
Se per terra vedo solo una testa, allora va tutto bene.
Se invece vedo il busto di qualcuno, allora vuol dire che devo girarmi e controllare che nessuno mi si avvicini troppo.
Il telefono è in tasca, insieme ai soldi della settimana scorsa.
Lascio sempre la porta finestra di casa aperta, se qualcuno dovesse rubarmi la borsa potrei sempre entrare dal balcone della vicina.
Tutto studiato nei minimi dettagli.
Sotto casa non c?è nessuno, sono tranquilla. Entro nel portone, si sente ancora quella puzza, a piano terra c?è un marocchino che viene a dormire abusivamente e poiché l?appartamento che ha occupato non è ad uso abitazione, non ha l?acqua in casa. Tutto l?ingresso del mio palazzo ha preso l?odore della sua merda e dei suoi piedi sporchi. Sulla sua porta sono attaccati decine di fax di condomini che si sono rivolti alle forze dell?ordine, ma ad oggi nessuno è ancora venuto a fare un cazzo.
Salgo le scale a piedi, passo davanti alla casa della vecchia.
Non si sente niente.
L?altro giorno l?ho incontrata per le scale mentre chiedeva aiuto, era in stato confusionale, diceva che le faceva male tutto e mi ha chiesto se potevo chiamare un dottore perché voleva andare in ospedale, io le ho detto di si e siamo andate a casa sua. Prima di entrare lei ha infilato le chiavi nella toppa, ma la porta non si apriva. Aveva sbagliato appartamento, quindi ci siamo messe a cercare il suo, quello con il cognome giusto sul campanello.
Trovato.
All?interno non c?era spazio per muoversi e si sentiva un odore pungente di fumo, tipico di quelle case in cui non si apre mai la finestra per cambiare l?aria. I mobili erano tutti marci e opachi e al centro della stanza, l?unica, c?era un letto enorme in cui dorme lei e quel coglione di suo figlio, un alcolizzato cinquantenne. Uno con capelli rossi e la faccia da cirrosi epatica.
Ho aperto i cassetti per prepararle una busta con il pigiama e le mutande. La roba era vecchia, gialla, mangiata dalle tarme. C?erano soldi un po? dappertutto, avrei potuto rubare qualcosa, ma non l?ho fatto.
Diceva che il figlio la picchiava e che era scappato, diceva che forse stava scopando in un parco.
Mentre parlava speravo di morire prima di arrivare ad 81 anni e di ridurmi a un mucchio di pelle, ossa e pazzia.
Sono arrivati quelli della croce rossa e se la sono portata via.
Ho lasciato un biglietto sul tavolo di casa sua, ?Tua madre è in ospedale?.
L?ho guardata entrare nell?ascensore sulla sedia a rotelle e sono andata via.
A casa non accendo più il riscaldamento perché devo risparmiare, ma ci sono momenti come questo in cui sono nervosa e in più ho freddo, ma non posso permettermi un cazzo per il momento.
Ho deciso di farmi i soldi sulle troie della mia facoltà, quelle che girano con le borse di Roberto Cavallo, quelle che parlano stando bene attente a sottolineare quanto siano stati bravi i loro genitori a regalargli la Mini Minor per il compleanno.
E poi si presentano all?esame e prendono 18.
Io non sopporto la cocciutaggine. Non sopporto le ragazze che non studiano, che non sanno parlare e che balbettano davanti ai professori, cresci per Dio. Ho escogitato un modo per avere libri gratis e per mangiare su queste inutili teste di cazzo.
Le mie amiche scherzando mi chiamano ?l?aguzzina?. Quando mi sento chiamare così mi immagino passeggiare per l?università con la coppola e il sigaro in bocca come una mafiosa vecchio stampo e questo mi piace molto.
Vuoi l?esame completo?
15 euro.
Vuoi le fotocopie del libro?
Dieci euro.
E portameli subito altrimenti niente esami e niente appunti, brutta testa di rapa.
Sto soffrendo di attacchi di panico, non so perché, la notte addormentarsi è diventato un miraggio, mi sembra di stare per morire, riesco a dormire solo dopo essermi masturbata due o tre volte.
Molto deprimente, davvero.
Resto sveglia fino a tardi e guardo la televisione sognando il Giappone, dove una donna può camminare tranquillamente a qualsiasi ora della notte, sogno di uccidere la russa accattona che lavora con me, con quella sua pelle grassa e lucida che mi fa davvero incazzare, sogno di picchiare a sangue le mie ex compagne di liceo e di avere una bambina. Mi immagino mentre racconto alla mia futura figlia la mia vita, e le dico che non deve cercare di fregarmi, perché io ho fatto tutto alla sua età.
Alla sua età.
A quindici anni ero già un?esperta di canne e di tutti i tipi di amari.
Il mio migliore amico si chiamava Louis. Era frocio, ma ancora adesso fa di tutto per nasconderlo. Era talmente convinto di non esserlo che mi usava come copertura, pensava di essere innamorato di me e quando mi guardò confessandomi i suoi sentimenti io cominciai ad odiarlo.
Anche io lo usavo come copertura, lo portavo con me dagli sballati, così potevo drogarmi tranquillamente mentre lui guardava. Uscivamo sul corso principale così mio padre vedendomi con Louis che era notoriamente un bravo ragazzo, non avrebbe potuto sospettare niente.
I suoi genitori però si erano accorti di tutto e quindi un bel giorno gli vietarono di uscire con me.
Fui costretta a fare tutto da sola, mi aggiravo per le strade secondarie del mio paese, fumando e bevendo di qua e di là.
Una volta ero così ubriaca che tornata a casa mi misi a pisciare sul balcone e precisamente nel vaso dell?albero di natale che piano piano stava seccando dopo aver illuminato con le sue palle casa mia, qualche anno prima.
Il conflitto con mio padre in quel periodo si faceva sempre più aspro e io ero così stanca che pensavo in continuazione di uccidermi buttandomi dalla finestra.
Compravo rullini da 24 per la macchina fotografica e ogni giorno mi affacciavo alla finestra e scattavo fotografie verso il basso, per cercare di capire quanto mi sarei storpiata una volta che mi fossi buttata di sotto.
A quei tempi uscivo con i relitti del CEP (centro elementi pericolosi) e loro mi insegnarono ad uccidere i gatti e ad usare e fabbricare una fionda, mi insegnarono anche a fregare la gente, soprattutto gli strani, quelle persone di trent?anni che non ci stavano tanto con la testa.
Riuscivo sempre a rimediare almeno 10.000 lire al giorno.
Il culmine lo raggiungevo durante i giorni della festa del mio paese, quando c?era un sacco di gente e si poteva scroccare a destra e sinistra.
Mi sputtanavo tutto in alcolici e poi andavo a farmi due giri sul Tagadà. Il Tagadà per me era il massimo. Mi sedevo sul disco e mi reggevo forte allo schienale. Il tipo dalla consolle metteva le canzone disco del momento ?This is the rythm of the night? ?What is love? ?All taht?s she wants? e cazzate del genere, incitava le ragazze a mantenersi le tette perché quello sarebbe stato un giro davvero fico.

Breve storia del Tagadà.
Un tempo il Tagadà si chiamava ?Ballerina?, la struttura della giostra era più o meno la stessa, solo che al centro c?era un grosso manichino, una ballerina, con tanto di tulle e posizione classica. Col tempo la ballerina è stata soppiantata dal tamarro di turno, e quindi ecco il Tagadà, parola che in altri termini vuol dire: il palco girevole del tamarro di paese.

I tamarri di paese si mettevano in piedi al centro della giostra e cantando le canzoni del dj dimostravano a tutti quanto erano bravi, a volte facevano finta di cadere per tuffarsi sulle ragazze e mettergli le mani tra le gambe. Era l?unica occasione che avevano, come biasimarli.
Mi divertivo davvero tanto e qualche volta mi capitava di pisciarmi sotto dal ridere, per lo sballo che già avevo in testa.
Una volta scesa dal Tagadà mi fiondavo sugli autoscontri prendendo una macchinina in coppia con uno dei miei amici relitti, guidavamo come matti e andavamo addosso a tutti quegli stronzi figli di papà. Ogni volta che cozzavamo con una delle loro macchine io mi sporgevo e gli mollavo anche un ceffone dietro la testa, gli tiravo i capelli o gli stampavo una pedata sulla coscia.
Se invece ci venivano addosso facevamo il possibile per vendicarci dello schianto subìto con tutta la violenza possibile.
E allora io mi sentivo viva.
Il conflitto con gli altri, con mio padre, mi teneva in piedi.
Adesso invece, la guerra con me stessa mi spezza in due.
E mi ritrovo di notte, a casa, sul balcone, ad esplorare la distanza fra me e i palazzi di fronte, carichi di gente.
Io e gli altri.
La solitudine e la folla.
Io davanti e dietro il buio.
Con la notte nei pugni.