Archive for Marzo, 2007

La neve di Osaka

Lunedì, 26 Marzo 2007

“Ogni volta che chiudo gli occhi. Ogni volta che sbatto le palpebre. Io vedo il Giappone.”

(continua…)

Come difendersi da un brufolo

Lunedì, 19 Marzo 2007


Quando mi esce un brufolo io vado fuori di testa.
Voglio che nessuno mi si avvicini, voglio che nessuno mi rivolga la parola e non voglio incontrare amici del cazzo a meno che non abbia fissato un appuntamento prima dell?ingresso del mostro sulla mia faccia, in questo caso, cercherò di manifestare una calma apparente, per celare il nervosismo e nello stesso tempo sognando di distruggere il cranio del malcapitato con un bastone di legno costellato di chiodi arrugginiti.
Domani devo andare a lavorare e sono in paranoia.
(La parola paranoia è bellissima. Sa di droga, di paura, di new wave e di anni 80.)
Non oso immaginare il momento in cui sarò costretta ad avvicinarmi ai tavoli per prendere le comande. I clienti guarderanno l?odioso punto rosso che mi è spuntato tra il labbro superiore e il naso e io morirò di vergogna.
Tutto questo solo per aver mangiato dieci ovetti kinder softy di seguito.
Non comprateli.
Sono maleficamente buoni.
A Milano in questi giorni c?è bel tempo, quindi l?allergia è al polline è arrivata prima del solito, insieme alle zanzare, che, però sono ancora abbastanza deboli e ronzano nell?aria come se fossero ubriache, tranne quando c?è da succhiare il sangue dalla mia faccia.
Nelle ore buco, all?università, vado sempre nello stesso posto. Un angolo di prato su cui nessuno si avvicina, perché gli altri preferiscono stare in gruppo a fare le solite cose, giochi con le palline, con i birilli, o suonare la chitarra.
Io mi sdraio e dormo perché fondamentalmente li detesto, li trovo banali, scontati, con queste fottute palline, sempre accoppiati, sempre in massa, con le loro chitarre scordate e quelle barbette volutamente incolte che fanno tanto giovanotto trasandato di sinistra.
L?appartenenza al movimento della sinistra universitaria, i pantaloni consumati, e poi quei discorsi sempre contro le stesse cazzo di cose, da anni, Maria de Filippi, il GF, e porca troia.
Io trovo che questa sia ipocrisia.
Ipocrisia di merda.
Ho conosciuto un sacco di gente mediocre, a bizzeffe, perché questa gente non dovrebbe stare in televisione se nella realtà c?è in tutti gli angoli? Anzi, lo stronzo che gioca con le palline e ammicca con la rastagirl di turno dovrebbe sentirsi rappresentato dai corteggiatori di uomini e donne, e non invece, contestarli. Come tutte le troie FASHION che girano nei corridoi o che passano ore in bagno davanti agli specchi extra lusso della mia facoltà, solo per ritoccarsi lo stucco che giustamente dalle otto all?una subisce un inevitabile disfacimento a causa del caldo.
Ho avuto una discussione con la redazione del giornaletto che gira in facoltà, cristo, non ho mai letto niente di più repellente ?buon anno e buono studio!; oggi vi proponiamo un interessante articolo sulla FAO dal titolo: che state a FAO?, il tutto accostato ad una ributtante filosofia alla ?volemose bene?.
Quando gli ho contestato il linguaggio, perché era questo il fulcro della polemica loro mi hanno risposto che il suddetto giornaletto (alberi e foreste, io al posto vostro mi disintegrerei per non fare una fine così miserabile e se davvero in voi esista uno spirito sacro, vi prego di scatenarlo contro questi individui e di crocifiggerli a calci in culo, oh cari alberi) viene letto dai professori e se accipicchiolina non si usa un linguaggio corretto (cito testualmente) ?che figura ci faresti??.
Non c?è coraggio.
Non c?è ricerca.
Non c?è un cazzo.
Dietro il birillo che vibra nell?aria (e che spero vivamente un giorno o l?altro piombi sulla fronte del mediocre giocoliere di turno, fracassandogliela) e dietro la chitarrina del campus, non c?è un benamato cazzo.
La superficialità la fa da sovrana.
L?abbordaggio è il motore delle relazioni interpersonali.
L?interesse camuffato da ?ehy abbiamo molte ambizioni culturali in comune!?.
Ma vaffanculo.
A questo punto cento Maria de Filippi che vanno in onda con semicoscienza della propria mediocrità, sono meglio di questi pupazzi merdosi.
Una semicoscienza è sempre meglio di un?incoscienza totale.
I professori non sono tanto meglio.
In mezzo a questo mare di feci, un professore si è salvato.
Linguistica italiana, col cognome di un ortaggio (non è finocchio).
Grande esperienza, grande uomo.
Durante una lezione, essendo l?aula pervasa da un fastidiosissimo brusio, è sbottato dicendo: ?e che cazzo! Nel mondo ci sono ragazzi della vostra età che devono lavorare e magari hanno anche un figlio, invece voi siete qui seduti, a scuola, i vostri genitori vi mantengono e state qui a rompere le palle! Se volete uscire, se non vi interessa, andatevene! Giuro che non farò nessuna discriminazione contro chi uscirà, non me ne frega un cazzo, ma quando spiego non dovete rompermi le palle! e se avete qualcosa da chiedermi, perché non avete capito, chiedetelo a me, non al vostro vicino di banco, perché lui non sa un cazzo, invece io si! E poi sono geloso, io sono geloso del rapporto che c?è tra di voi, sono geloso del fatto che chiediate le cose a lui e non a me! E ora torniamo a quello che stavo dicendo?ecco, che cazzo stavo dicendo? Lo vedete? È questo il punto!?
Non c?è bisogno di altre parole.
Un uomo speciale, senza ombra di dubbio.
Mi dispiace che le lezioni dell?ortaggio siano finite, lui e la sua barba bianca mi piacevano, cazzo, e ogni volta che lo vedevo pensavo a un babbo natale bastardo.
Io tengo a salvaguardare la mia intimità, la mia identità.
Non voglio essere un prodotto di questa globalizzazione che fa del diverso un diverso uguale ai diversi. Il frocio, la lesbica, sono identici tra di loro nel modo di parlare e di vestirsi e inevitabilmente per me non sono più diversi, ma uguali, in rari casi simili, ma pur sempre e dannatamente riconoscibili.
La sessualità non va sbandierata, ma preservata, custodita, come un tesoro.
Stimo chi vive nell?anonimato, chi salvaguarda se stesso, l?operaio sotto casa che sta per morire di fame, i vecchi straziati e dilaniati da un?incomprensibile modernità, e che vivono abbandonati a se stessi, questo è coraggio.
Io sono una fan della mancanza di stile, dell?insuccesso, dell?incapacità.
Di tutto ciò che non porta alla visibilità, perché se c?è una cosa a cui tutti aspirano oggi e che per la quale si farebbero fottere la madre, è quella di essere riconosciuti, apprezzati, stimati.
Il successo non ha senso, non ha evoluzione, non si può essere più famosi di altri cento individui famosi.
Il fallimento invece ha una logica, una vita, uno spessore, è intriso di dolore, di regressione all?infinito.
Tifo per i segni visibili, per le cicatrici.

Oggi è una giornata che sa di veleno.
Colpa del brufolo.

l’inferno in una stanza

Giovedì, 8 Marzo 2007


Questa stanza è fredda come la paura.
Paralisi mentale.
Lingua annodata. Pensieri liquidi. Vorrei l?inverno. Dove sei andato inverno. Ti vorrei qui dietro la porta. Vorrei affacciami fuori e vedere una tempesta per sentirmi al sicuro.
Passare la notte dietro i vetri per vedere cosa succede nelle case di fronte. Le case vive, con le voci vere, e le luci, e le posate rumorose.
Quando abitavo qui con il demonio, ero io l?attrice principale.
Desideravo essere una spettatrice invece di recitare su quel palco distrutto. Ridotto ad un campo di battaglia dalle grida, dagli insulti, dal corpo a corpo. L?amore violento e stracciato.
Quando la coppietta è venuta ad abitare al quinto piano ed io ero libera dalla persecuzione, li spiavo ogni sera, appostata dietro la tenda della cucina. Se li sentivo urlare nel cuore della notte, mi alzavo, desideravo essere la testimone speciale di un omicidio.
Per capire come un tempo gli altri vedessero me.
Irritante nel mio raccapriccio.
Poi la coppietta è andata via. Quell?appartamento è rimasto vuoto.
Sui muri i segni delle grida. Del conflitto.
Sul balcone i souvenirs abbandonati. I ricordi sbiaditi di un sogno inconsistente.
Non ho mai avuto rapporti normali.
Mi sembra di sentire le parole di mia sorella: ?sei sempre stata sfortunata con i ragazzi, come mai??
Certi punti interrogativi sembrano che restino sospesi a mezz?aria. Arrossisco e fisso il pavimento fino a quando l?imbarazzo non si dissolve come vapore acqueo.
Studio tanto e so perché lo faccio.
L?azzeramento per molti può sembrare una cosa stupida, io invece vivo per annientarmi. Non so se mi piaccia davvero, ma mi dico, se non faccio questo, cos?altro potrei fare.
Il futuro non ha ombre.
Il passato, si.
Gli handicappati rispetto a me, hanno dei vantaggi, vivono per rendere la loro vita il più normale possibile. Un nano che in metro mi tocca la coscia, subdolamente, ha appena raggiunto un obiettivo, comportarsi come un uomo qualunque.
Io mi alzo, mi siedo sul sedile di fronte, sono una donna qualunque.
Tra me e il nano, vince il nano.
Quando devo scendere dalla metro ho paura di avvicinarmi alle porte scorrevoli, perché il riflesso del neon contro il buio della galleria mi rimanda la mia figura in mezzo alla gente.
Non sono normale.
Non esisto.
Chi cazzo è questa figura, ho davvero questa faccia. E questi no, non sono i miei capelli. Chi sono cazzo, quella che vedono gli altri o quella che vedo io.
Fino a che punto la mia percezione ha un valore.
A cosa serve un uomo se non a fare da specchio per una donna.
Gridavano, incendiavano i reggiseni in piazza.
Volevano più diritti, ma hanno avuto più doveri.
C?è qualcosa che non ha funzionato.
Donna manger. Strumento.
Donna coraggio. Illusione.
Donna affermata. Fallimento.
Non faccio parte di tutto questo.
I miei vestiti non hanno sapore.
Sono il ritratto dell?insignificanza.
La negazione della femminilità che rivedo nelle mie forme rotonde e che nascondo volutamente.
L?esibizione non è affermazione.
La sottomissione, si.
Dietro un velo di apparenza resterà tutto com?è sempre stato.
Il frutto di un architetto del demonio.
Il soffitto grigio come la solitudine.
La televisione rossa come la vergogna.
“Io nera come l?inferno”.