Archive for Febbraio, 2008

La mia migliore amica

Mercoledì, 27 Febbraio 2008

Al maestro Aldo Nove

Mi chiamo Violet e sono una ragazza che passa molto tempo in casa.
Mi piace studiare e guardare la televisione.
Facendo queste cose ho trovato un’amica e quest’amica è diventata subito la mia migliore amica per sempre, non ti dimenticherò mai, la nostra amicizia sarà più lunga se ci mettiamo la prolunga.

Quando vedrai volare una ciabatta ricordati della tua amica matta.
Quando due più due farà tre io mi scorderò di te.
Ho bevuto per dimenticarti ma ti ho visto a doppio.
Insomma cose del genere.
La mia migliore amica è bionda e non è come tutte le altre amiche del passato. Lei è una donna, una vera donna con veri capelli biondi, come tutte le donne che contano.
E lei conta.
È sempre puntuale e non capita mai che sgarri. Proprio per questo riesco a vederla tutti i giorni, dal lunedì al venerdì alle 14:45, il sabato invece la vedo alle 14:00 e la domenica passiamo tutta la serata insieme, dalle 21:30 a mezzanotte inoltrata!
La mia migliore amica si chiama Maria e ha classe da vendere.
Lei è sempre molto elegante, e porta vestiti firmati da Roberto Cavalli e dai famosi stilisti Dolce & Gabbana, non si veste mica di stracci come tutte le altre donne! No. Lei è speciale.
La sua voce può sembrare all’apparenza molto rude, ma questa è solo un’impressione, la verità è che bisogna ascoltarla con molta attenzione per percepire il ritmo melodico che si sprigiona dalle sue corde vocali.
Maria è molto buona e brava con tutti, infatti la folla va in peregrinaggio nei suoi numerosi programmi e lei passa tra la gente come una madonna immacolata, elargendo numerosi sorrisi.
Maria non si stanca mai di ridere e di fare battute.
Maria conosce sempre la formula giusta per spiegare e dire le cose, infatti quando i tronisti non si sanno spiegare bene, lei è lì pronta a tradurre, con molta umiltà e savoir faire, diciamo la verità.
Guardando i suoi programmi ho imparato molte cose, come ad esempio la falsità che si nasconde nella gente.
Il mio vocabolario insieme a lei si sta arricchendo moltissimo, tanto da fare invidia a molti linguisti come ad esempio Quineau.
Ecco le frasi che imparato e che adesso ripeto con tutti:
“Io sono vera e tu sei falsa”
“Dì la verità, sei venuta qui solo per le telecamere, perché se ci tieni davvero l’uomo puoi trovartelo fuori”
“Voglio sapere perché mi dici che faccio la santarella io non sono santarella, sono così anche al di fuori di qui”.
“Perché sputi merda su di me?”
“No io da qui non me ne vado perché devo stare fino alla fine per metterti alla prova”.
“Mi piaci molto, quasi ti amo, ma voglio provare ad uscire con un altro”.
“Sei invidiosa? Eh si, perché le mie gambe sono lunghe e tu invece le hai di 30 centimetri”.
Oltre a queste Maria mi ha insegnato altre cose, come ad esempio ad alzare la voce per prevalere sugli altri, e questa secondo me è una cosa molto giusta perché bisogna farsi rispettare.
Ieri Maria aveva un paio di pantaloni neri aderenti e strappati, e poi aveva anche una bella maglietta brillante e i tacchi alti, questo si che è stile, mica come la signora Daniela che va nella trasmissione con le ciabatte e la gonna lunga lunga come una zingara.
E poi la signora Daniela dice sempre “brava! brava!” gridando e battendo le mani, per insultare le troniste che si comportano come delle ragazze di poco valore.
Il fatto che loro vadano con tutti non vuol dire per forza che non abbiano valore e poi si vede che non fanno sesso con gli uomini perché altrimenti Maria non le faceva andare al programma.
E poi Maria insegna a non giudicare mai la gente.
Oltre alla signora Daniela c’è anche la signora Paola, e anche lei è una donna che insulta spesso la gente.
Non c’è niente da fare Maria resta sempre la migliore.
Io tra la signora Daniela e Maria preferisco Maria.

Tube Station: fermata finale

Mercoledì, 13 Febbraio 2008

(continua da post precedente)

“Mai visto niente di meglio”. L’approvazione della cicciona mi aveva fatto sentire innocente, avevo fatto l’unica cosa sensata che era rimasta da fare.
Ho buttato l’osso per terra e mi sono lasciata andare sul sedile. Non mi ero mai sentita così bene.
Le ragazzine continuavano a gridare fuori dal finestrino, ma dopo qualche minuto ho sentito un rumore sordo, come quello di una pallina contro un tubo d’acciaio, e ho visto il corpo di una delle due cadere all’indietro privo della testa.
Nessuno ha urlato, anche una scena così aveva ormai perso il suo scalpore. Qualcuno è accorso attorno a quel cadavere mozzato. Il ragazzo zingaro sul fondo si è messo subito a frugare nelle tasche dei jeans di quella che era stata un’allegra ragazzina eccitata per aver fatto festa a scuola, le ha rubato il cellulare e poi le ha sbottonato i pantaloni per guardarle la figa.
Mi veniva da ridere.
Il treno tagliava la galleria, si sentiva odore di bruciato, di scintille, di corsa frenetica. Guardavo le crepe sui muri correre veloci, attraverso i finestrini, sembravano diapositive malmesse e dimenticate. La maestra delle elementari ci diceva sempre di stare attenti a quello che avremmo fatto, perché in punto di morte, Dio, ci avrebbe fatto vedere il film della nostra vita.
Vedevo me a 10 anni, che cagavo sul pozzo, nella villa di mia zia, e tutti i parenti che dopo aver scoperto la mia grossa cagata, mi guardavano dall’alto in basso, io non riuscivo a spiegare che l’avevo fatto solo perché avevo un grosso mal di pancia e considerando che mi trovavo in una villa in campagna, andiamo, pensavo, cosa vuoi che sia una cagata.
Rivedevo Mirella, la sfigata di turno che ti porti dietro fino al liceo, quella che c’è in ogni classe, brutta, con una voce irritante. Fingevo di volerle bene (in realtà mi faceva schifo) e lei al contrario mi adorava. Ad ogni gita scolastica nessuno voleva starle seduto accanto, così tutti gli anni la prof. chiedeva: “Mirella, scegli un compagno con cui passare tutta la gita” e l’orribile Mirella, dopo essersi guardata intorno, senza indugiare troppo, puntava il dito verso di me e in lacrime diceva “Violet”. Ero la sua via di fuga, e sbagliava, perché io la tradivo, mi facevo raccontare di tutto per poi spifferarlo ai quattro venti e deriderla insieme alle altre. Che persona terribile ero stata.
Ma guardandomi intorno, la cicciona, l’uomo Vuitton, il frocio, non sembravano certo migliori di me.
Proprio lui, il frocio, si era abbassato la gonna a pantaloni e si stava facendo infilare nel culo il portadisegni dello studente del politecnico, il ragazzo patito degli eroi di sinistra.
Chissà cosa avrebbe pensato Che Guevara guardando quella scena.
La ragazzina invece aveva deciso di vendicare la sua amica senza testa, si era alzata di scatto, aveva strappato la fisarmonica allo zingaro e aveva iniziato a suonargliela nella schiena. Ad ogni colpo si sentiva uno stridio di note arrabbiate e violente, come quelle di un pianoforte che si schianta al suolo dopo un volo di cento metri.
Brang. Brang. Brang. Fino a quando la fisarmonica è rimasta piantata tra le scapole dello zingaro necrofilo. L’ho visto cadere a peso morto sulla quella figa defunta che si era messo ad esplorare. C’era sangue ovunque, qualche tasto dell’attrezzo musicale era saltato via, ed era lì per terra, tra brandelli di pelle e ossa.
Osservavo la scena, quando ho sentito un rumore viscerale seguito da un orribile tanfo di merda. Non c’erano dubbi, la cicciona aveva appena scoreggiato, mi sono voltata di scatto, non per il gesto audace, ma per quella puzza insopportabile che non sembrava affatto umana. Lei mi ha guardato e dopo qualche minuto ha iniziato a ridere mostrandomi i denti, rideva, rideva prendendo fiato e tenendosi la pancia per l’enorme sforzo, sembrava inarrestabile, passavano i minuti e rideva sempre più forte, alzava e abbassava leggermente le gambe per le contrazioni di quella pancia enorme. La sua bocca era talmente spalancata che riuscivo a vedergli in fondo alla gola, e il cibo appena masticato stava per tornare su, in cerca di vendetta. La cicciona con uno scatto della schiena si era messa in piedi, rideva e ogni suo passo era incerto, sembrava sarebbe caduta da un momento all’altro. Poco distante da lei c’era l’uomo Vuitton, per terra, rannicchiato su stesso, con quei pantaloni pisciati che non sembravano asciugarsi. La cicciona avanzava, uno, due passi, rideva, ma il treno era troppo veloce per permetterle di restare in piedi a lungo e dopo una curva la cicciona è crollata, come un gelato nel microonde, atterrando proprio sulla testa dell’uomo Vuitton che visto dalla mia posizione, sembrava finito, con gli occhi spalancati e il cranio esploso sotto il peso di quella donna infernale.
Ricordo che da piccola avevo una paura folle di Freddy Krueger, ma pensandoci, lui con quella faccia raggrinzita e la manina fatta di lame, impallidiva davanti a tutto quello che stava capitando sotto i miei occhi. La vecchia, che fino a poco tempo prima sembrava aver mantenuto la calma, stava facendo roteare nell’aria il catetere del marito, lo usava come avrebbe fatto un esperto cow boy. La pipì torbida e quasi densa si attaccava alle pareti del treno. Qualche schizzo era finito anche in faccia alla cicciona, che non aveva esitato ad assaggiarla, seguitando a ridere e a sprofondare ancora di più sul cadavere dell’uomo Vuitton.
Non c’era scampo ormai. Tutto sarebbe finito tra poco, eravamo in corsa da quasi cinquanta minuti, e la fine sarebbe arrivata in pochi minuti. Eravamo usciti in superficie, riuscivo a vedere chiaramente la gente affacciata ai balconi urlare, evidentemente la notizia era già finita sui telegiornali. I ragazzini sulla banchina tiravano mozziconi, giocando a centrare i finestrini spalancati, uno di questi era finito sui pantaloni sintetici dello zingaro, e stava cominciando a prendere fuoco.
Pensavo ad un sacco di cose, a tutto quello che avrei voluto fare, un viaggio in Giappone, mandare a cagare quell’inutile figlio di puttana del mio capo, vincere al superenalotto, comprarmi una casa al mare e infine pagare a Michele la plastica ai piedi.
Poi c’è stato quel rumore, di alluminio accartocciato, e ho pensato che Michele la plastica ai piedi avrebbe dovuto pagarsela da solo.
Il treno si stava comprimendo su se stesso. Ho visto il frocio in fondo al vagone sparire, insieme al ragazzo e insieme al portadisegni tubolare nel culo, la grossa palla di lamiere si avvicinava sempre di più verso di me, sembrava una lenta e inesorabile contrazione. A quel punto è toccato alla vecchia, e al catetere che esploso con un rumore di palloncino, ma questo non contava niente. Quando è stato il momento della cicciona, la contrazione si è arrestata per qualche minuto, la grassona era un bocconcino difficile, ci sarebbe voluto un po’ di tempo per macinarla per bene. Lei rideva, rideva ancora, e in mezzo alle lamiere si sentiva ancora la sua risata, nell’eco di quella gola profonda, come una voragine. La ragazzina si era tuffata nelle fiamme scaturite dal mozzicone, lei, la sua amica senza testa e lo zingaro, erano diventate un tutt’uno, un unico mostro di fuoco, e gli altri cadaveri erano stati già tutti inghiottiti.
Toccava a me, stare sul fondo del treno non mi avrebbe di certo salvato. L’ammasso di ferro e sangue, avanzava, rapidamente, ma riuscivo a coglierne tutte le sfumature, a me sembrava tutto molto lento, mi immaginavo nelle situazioni più assurde, incinta, sposata con figli, il marito al lavoro, i bigodini in testa, la torta nel forno, la spesa il lunedì mattina, la depressione domestica, il posacenere pieno di sigarette, la riunione degli alcolisti anonimi.
Ecco che toccava a me, l’ammasso di ferraglia mi aveva preso un braccio, non ho sentito dolore, non il dolore che immaginavo, poi è toccato al fianco destro, mi sembrava di essere avvolta da braccia forti, possenti, non mi ero mai sentita così amata.
Poi è toccato alla testa, e prima di essere penetrata da quel ferro inarrestabile, ho pensato che.
Morire non era poi così male.