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Oggi muoio anch’io

Venerdì, 11 Aprile 2008

Le cose che mi fanno paura sono queste:
una giornata di sole in inverno,
le marce per la pace, i gruppi, tutti insieme sotto la stessa bandiera.
I bambini che piangono, i vecchi che attaccano bottone alla fermata,
la solitudine.

Tu che stai male come non mai, mi spacchi in due col tuo dolore, calore.
I fiumi in secca, l’aria condizionata accesa tutto il giorno,
le radiazioni.
La competizione sleale, l’affanno, la meta che non esiste.
Le schede elettorali, la propaganda, le facce tirate, stirate, contrite,
i pugni alzati, i denti digrignati.
Le birre obbligate del sabato sera, i flirt alcolici, quando tutto ti sembra possibile.
Gli specchi, il neon, la luce spietata che ti rivela, ti sorprende, scoprendo un’immagine che non consideri tua, la musica soft nei negozi, le commesse sorridenti, le buste della rinascente.
Le dita sulla bocca, gli sbuffi di noia, la voce alta che ti sovrasta.
Le pacche sulla spalla, cin cin, tanti auguri, questo è un giorno speciale, cento di questi giorni, vivere per sempre.
Le trame dei film, i palinsesti, i programmi cancellati, le trasmissioni interrotte per un tg che annuncia la causa probabile della terza guerra mondiale.
E poi non succede niente.
Il conflitto, le mani inchiodate nel legno, trafitto, non ti crede più nessuno, sei un uomo illuso.
In disuso.
Il pianto nascosto, sommesso, sospetto e pentito.
I vestiti rossi, sgargianti, sorrisi sguaiati, pugnali sfoderati, l’arma che non ti aspetti, l’insulto in una tasca che ti lascia spiazzato.
Le aspettative, le delusioni, i sogni infranti, cocci irreparabili.
Il livello avanzato, la retrocessione, le classi, dove mi metto, dove mi metto.
La tua band preferita che si scioglie, l’evidenza della fine inevitabile.
La vecchiaia, quello che hai oggi.
E che ieri non c’era.
Il tono solenne, la sentenza, il martello che sbatte, il coro di voci, la mano sul mento.
Un giorno spento.
Svanito, infinito.
I centesimi, fino a novantanove.
Ne aggiungi uno e sei fottuto.
Io.
Quando mi accorgo di addormentarmi.
Nella stessa posizione in cui si addormentava mio padre.