Come rubare la carta igienica

10 Novembre 2008 by violet

Non c’è niente di male a sparare se si colpiscono le persone giuste.

Rubo la carta igienica all’università.
Rubo la carta igienica in tutti i locali in cui mi capita di andare.

Ieri sono andata a ballare. Bevevo e ballavo ascoltando revival anni 70.
She’s got it, yeah baby she’s got it, I’m your Venus, I’m your fire, your desire.
Guido mi ha detto che sembravo un delfino perchè saltavo come una stupida. Qualunque cosa dica, Guido mi fa ridere. Per esempio, c’era un ragazzo che giocava al calcetto Balilla e la forma della sua testa era strana, schiacciata come una palla da rugby e portava i pantaloni a vita alta, ma era talmente alta che la riga dei jeans gli andava nel culo a mo’ di perizoma. E Guido che ha una gran faccia tosta, gli ha chiesto: “scusa me che c’hai il perizoma?”.
La tipica sfacciataggine di un sangue misto, marsigliese, scozzese e italiano. Il peggio d’Europa concentrato in un uomo.
Imperdibile.
Io voglio passare ad un livello successivo, voglio dare vita a ciò che scrivo.
Sono paranoico ed ossessivo, fino all’abiura di me.
Mi piace uscire con la bicicletta verso l’ora di pranzo. Quando dalle case si sente provenire il rumore delle posate nei piatti. A quell’ora al parco non c’è nessuno. Pedalavo tra le foglie morte e ho trovato un bambolotto. Un neonato abbandonato, con le gambe deformi.
Mi sono fermata e l’ho fotografato.
Nel suo sonno eterno.
Tutto quello che amo scompare, tra il farfugliare delle persone sole.
Non restiamo più gli stessi dopo i tradimenti, la colonia estiva, l’apparecchio ai denti.
Ero ubriaca e Andrea mi ha accompagnato a fare la pipì in strada.
Giro sempre con le salviette umidificate in borsa.
Mi accovaccio per terra e via, pisciata liberatoria, di quelle che ti fanno tirare un respiro di sollievo.
E scorre e scorre disegnando geroglifici sull’asfalto.
Mi pulisco e lancio in aria la salvietta.
Che come una ventosa va ad attaccarsi sul parabrezza di una bella macchina, nuova di zecca.
Mi pareva fosse una Mercedes.
Territorial pissings.
Stasera sarei dovuta uscire a cena, ma ieri l’ho presa davvero grossa. Stamattina mi sono alzata con un mal di testa insopportabile. Pioveva, ma sono andata in giro.
Mi sentivo ancora ubriaca.
Ho fatto shopping ed ero veramente improponibile.
I miei amici ieri sera mi hanno detto che sono dimagrita troppo. Non so come mi vedano gli altri, ma so che c’è qualcosa che non va.
Qui non c’è niente che vada bene. Devo smettere di ridurmi come una merda.
Ho bisogno di un po’di autocontrollo.
E di qualcosa in cui sperare.
You take myself, you take myself control.
Dovremmo essere tutti come lui.
Perché questo oltre a non essere un mondo per i ciccioni, per i brutti e per i poveri, non è neanche un mondo per la gente onesta.
La verità è che la gente onesta non conta un cazzo.
Non ha nessuna possibilità di avere successo.
Non è interessante. Anzi è considerata sfigata, da evitare.
Quindi qualcuno qui è nel posto sbagliato.
Voglio che sia chiaro che non mi pento mai delle cose che scrivo.
È ciò che penso e io non sono una vigliacca. Scappare da se stessi per me è un crimine.
Non ho un cazzo da chiarire e voglio essere lasciata in pace. Non voglio nessun confronto, non ha senso confrontarsi con i bugiardi, è tempo sprecato.
I profilattici che ho comprato io e che ho lasciato sulla mensola della tua stanza puoi usarli per scoparti le tue donnine da quattro soldi.
Quegli inutili agglomerati di feci umane che sei tanto bravo a rimorchiare.
Quanto è toccante la mia generosità.

La sbronza non mi è ancora passata.
Passo il novanta per cento del mio tempo pensando a quanto sia inadeguata.
Il restante dieci per cento lo passo ad immaginare in quali altri posti potrei rubare la carta igienica.

Straight to hell

20 Ottobre 2008 by violet

A Marco.

Al vuoto immenso che ha lasciato nella mia vita.

Da anni vivo in questo corpo. È una convivenza difficile. C’è il divario. Fra quello che vedono gli altri. E quello che vedo io. Vado al bar sotto casa. Mi spiace togliermi gli auricolari. Ma devo relazionarmi. Altrimenti divento scema. Bevo. Cerco di essere brillante. Di stare sveglia. Di dimostrare che niente mi scalfisce. Sorrido. Rido. Ma dai. Non essere stupido. Gli occhi che scivolano sulla mia gonna. Avvilimento. Chiedo se sono bella. Le risposte sono bugie a comando. Me lo aspetto. Tu menti. La menzogna è facile da sostenere. Difficile da metabolizzare. Fingo di credere. Fingo compiacimento. Soddisfazione. Posso dormire a casa tua. Va bene vieni. Diverse sere con un ragazzo diverso. Un ragazzo che non mi tocca. Se qualcuno mi tocca. Lo uccido. Mi uccido. Il mio corpo deve essere sacro. La paura di dormire sola. Ultimamente. Mai stata così fragile. Conservavo un vago ricordo. Della debolezza. E ora mi riscopro. Nella vulnerabilità. Nella paura del buio. Nella paura di sbagliare. Nella paura della vendetta. Dell’odio. Del rancore. Nella paura di svegliarmi. E accorgermi che ho bagnato di nuovo il letto. Come una bambina di tre anni. Vado al lavoro. Bevo nel ristorante. Quando il mio capo si gira. Mi spino una birra. Bevo gli avanzi delle bottiglie che hanno ordinato i clienti. Raccomando solo i vini che mi piacciono. Perché una sbronza deve avere il suo valore. So che devo uscire dopo il lavoro. E andare in qualche posto del cazzo. Dove c’è gente come me. Peggio di me. Che mi faccia sentire migliore. Racconto bugie. Dico che sto bene. Che non me ne frega un cazzo. C’è la folla. E nella massa spero di perdere. L’individualità. C’è chi vince al suprenalotto. E chi gioca. Gioca. E si risveglia più povero di prima. Non per i soldi. Ma perché. Gli hanno tolto l’ultima briciola di. Speranza. Spero di non svegliarmi. Spero di dimenticare tutto. Giro con una felpa oversize. Mi copro la faccia col cappuccio. Non voglio vedere. Non voglio che mi vedano. Sono invisibile. Indosso occhiali scuri. Fino a quando non mi sento troppo. Ridicola. E non mi accorgo che. Sono davvero troppo grandi. Per me. Studio. Solo per il senso di colpa. Devo cercare di dare il massimo. Anche quando le mie capacità sono azzerate. Vorrei spiegare. Ma non spiego. Mi piego. Subisco l’indifferenza. La convinzione. Le frustrazioni altrui. Il livore ingiusto. Inaccettabile. Prendo impegni. Per la notte di halloween. Voglio essere un angelo. Deforme. Voglio comprare un paio di ali. Ho sempre ingoiato. I peccati degli altri. Sono innocente. Sono innocente. E Dio. Tu lo sai. Tu che urli. Sopra le nuvole. Chiunque tu sia. Spegni tutto. Il sole. La luna. Le fottute stelle. E accendi me. Regalami brividi. Regalami sogni usati. Regalami un miraggio. Coltiverei anche il deserto. Trafiggimi. Sconfiggimi.
E.
Amami
Amami.
Amami.

Questo è un bacio fotografico.
La foto l’ha scattata Michele.
Sei il mio migliore amico.
E in questa foto.
Ubriaca.
Abbandonata.
Hai colto una briciola.
Di felicità.
Di cartapesta.
Ti voglio bene.

Di cinesi e di vermi

30 Settembre 2008 by violet

La penombra è il vestito che preferisco.
Il sole sta tramontando e questo è il momento migliore della giornata. Fumo una sigaretta guardando un cielo rosso vergogna.
Tutta questa assenza mi ha fatto bene. Ho continuato comunque a scrivere su una specie di blocchetto che mi porto dietro. Considero la maggior parte della roba che scrivo robaccia, quindi molte cose non le ho pubblicate.
Ho finito il secondo anno di università, ho dato una decina di esami e quella del 29 è un’ottima media. Posso ritenermi soddisfatta.
Ho passato tutta l’estate a Milano e questo mi ha dato la possibilità di riscoprire una città straordinaria. La bicicletta che ho comprato per 50 euro da due tossici in fiera è diventata una compagna fedele, chi lo dice che gli oggetti non abbiano un’anima?
Qualcuno che di sicuro ha perso anche la sua.
Sono andata tutti i giorni nella piscina comunale della zona ed è stato entusiasmante, c’erano tutti i relitti della società. Quelli che non hanno i soldi per passare le ferie fuori, gli alcolizzati, paralitici drogati e morti di figa. E io.
C’era anche Patty, una cassiera alcolizzata.
Patty era sempre incollata al suo termos, poi ho capito che in quel termos portava vino e grappa. Beveva con 40 gradi all’ombra e si riempiva di olio Johnson. Un giorno si è messa a prendere il sole davanti a me e quando si è piegata a novanta per aggiustare il suo telo, ho scoperto cosa voglia dire avere la figa costellata di peli neri e grossi come tronchi di baobab.
Il cuoco cinese che lavora con me non dice la parola peli, ma “fili”. Lui afferma che tutti i cinesi sono senza fili. Io lo trovo molto divertente, è per questo che l’ho fatto martire per tutta l’estate. Non riesce a pronunciare la “R” e così gli dicevo:
“Lee dì la parola FERRO”
“FELLO!”
“no cazzo Lee devi dire FERRO!”
“FELLO!”
“no guarda Lee non ci siamo proprio, senti questo suono? RRRRR devi fare RRRRR!”
“LLLLLLLL!”
Lee dice che all’Italia piacciono i traditori, perché qui i traditori sono al potere insieme a quelli che “cambiano faccia”. E a quel punto io resto in silenzio perché ha ragione.
Il silenzio.
È arrivato il momento di romperlo rumorosamente.
Vai Violet.
Affila la lingua.

Il verme

Il verme si è auto invitato nella mia vita una sera d’agosto.
Lo ha fatto in modo subdolo e scortese, tipico dei vermi.
Il verme non ha cultura, se non una sommaria infarinatura di nozioni generiche e banali che stazionano nella sua calotta cranica in modo confuso.
La cosa peggiore però, è che non ha interesse, non ha passione, se ne frega della musica perché non la capisce, non comprende che l’arte ci avvicina a Dio e non ha l’umiltà di ammettere le sue lacune, al contrario le esibisce con assurda convinzione.
Il verme non ha emozioni, non sa cosa esista al di là di se stesso e del suo ingombrante egoismo.
Dice di vivere da solo, in realtà è circondato da un entourage di gente che corre al suo capezzale non appena alza un ditino.
Non sa cosa sia l’amore e quando gli ho chiesto cosa fosse per lui, mi ha dato una risposta tipica da giornale per teenagers “l’amore è quella cosa che ti fa alzare la mattina”.
Al che sono rimasta senza parole, sicuramente gli avrò dato l’impressione di essere rimasta colpita da quella patetica definizione, in realtà mi sembrava sgarbato rispondergli che l’unico impulso che mi spinge ad alzarmi ogni mattina è quello di svuotare la vescica.
Non conoscendo l’amore, non sa neanche cosa sia l’odio.
Il verme non è capace di odiare, schiacciato dal peso del vuoto cosmico che pervade tutta la sua figura.
Un manichino di via Torino ha sicuramente più personalità.
Il verme punta tutte le ragazze che gli capitano a tiro, il suo scopo è rimorchiare il più possibile non perché le persone gli piacciano davvero, ma per dimostrare qualcosa a se stesso e agli altri.
Vive nella perenne condizione di dimostrare che ce la può fare, ha grandi aspirazioni, ma capacità minuscole, quindi questa tensione costante lo devasta.
Di conseguenza lui cerca di devastare gli altri.
Il verme non ha rispetto degli amici. Parla spesso di amicizia, ma si contraddice in continuazione, quelli che il giorno prima erano grandi amici, il giorno successivo sono chiamati “conoscenti”.
Apre spesso la porta di casa sua, ma la gente che va da lui non deve mai essere a mani vuote.
Il verme è bravissimo a prendere e totalmente incapace di donare.
Non ti regalerebbe mai neanche una sedia con tre gambe.
Sbaglia in continuazione con tutti, e nello sbaglio è recidivo.
Insegue gli errori come fa il mulo con la carota.
E persevera.
Diabolicamente.
Tutti in giro hanno avuto brutte esperienze con il verme e tutti ne parlano male.
Persino i sordomuti.
Il verme è un cocainomane senza dignità.
Sniffa di nascosto per paura che qualcuno gli chieda un colpo. Io non l’ho mai visto pippare, ma guardando le foto del mio compleanno mi sono accorta che aveva il naso incrostato di cocaina.
La droga peggiora la sua instabilità emotiva e mentale, e lo fa sudare a fiotti rendendolo ancora più ripugnante. In più amplifica il suo ego smisurato, e la parola che ripete in continuazione è “IO”.
Il verme non ha un briciolo di umiltà, né conosce il senso del sacrificio.
Dio ha già punito il verme, ma la cosa triste è che il verme invece di cercare di capire e di imparare, è peggiorato.
Un giorno l’ho visto sgommare con la sua auto. Una persona che ha avuto un grave incidente dovrebbe sapere che non si sgomma nelle stradine di città in pieno giorno perché è un pericolo per se stesso e per gli altri (anche se la sua scomparsa renderebbe questo mondo decisamente migliore). È ridicolo vedere uno che guida come un coglione e nello stesso tempo ha il tagliando blu raffigurante l’omino sulla sedia a rotelle attaccato sul vetro posteriore della macchina.
È talmente ridicolo da essere inquietante.
Ma il verme non si fa di questi problemi.
Il verme non ha scrupoli. Oltre ad essere patologicamente bugiardo.
Crede di poter comprare tutto. E la gente in virtù della sua menomazione fisica gli perdona un sacco di cose, cose che normalmente non perdonerebbe.
Io invece no.
Per me il verme è uguale a tutte le altre persone.
Anzi è senza dubbio una delle persone peggiori che conosca.
Lui crede di poter collezionare la gente.
Ma l’unica collezione valida che possiede è una fornita schiera di miserabili figure di merda.
Roba da non poter mettere il muso fuori casa.
Fortunatamente per lui, il verme non conosce la vergogna. Niente lo scalfisce se non le critiche che riguardano la sua ridicola sagoma.
Povero verme.
Parla di progetti, di cose che vorrebbe realizzare, ma non fa niente per cambiare la sua condizione, perché non ha sogni se non quelli banali che si assorbono in modo subliminale guardando gli spot televisivi.
La famiglia del Mulino Bianco.
Ecco, il Mulino. Il verme ci starebbe proprio bene sotto quella ruota di legno che gira all’impazzata riducendolo a brandelli.
Il verme non ha rimorsi. La sua profonda ottusità e incapacità di comprendere i propri errori è davvero disarmante.
Con quel sorriso sardonico e beffardo stampato sulla faccia. Proprio sopra il suo rivoltante doppio mento.
Verme, sei già solo.
Verme, tu non hai un futuro.
Il tuo futuro è già passato.
Ti alzi ogni mattina senza un perché.
Con insofferenza.
Senza voglia di vivere.
Avvolto di mediocrità.
E strisci attraverso un altro inesorabile giorno di merda.

Nella foto: saluti dall’estate milanese.

Oggi muoio anch’io

11 Aprile 2008 by violet

Le cose che mi fanno paura sono queste:
una giornata di sole in inverno,
le marce per la pace, i gruppi, tutti insieme sotto la stessa bandiera.
I bambini che piangono, i vecchi che attaccano bottone alla fermata,
la solitudine.

Tu che stai male come non mai, mi spacchi in due col tuo dolore, calore.
I fiumi in secca, l’aria condizionata accesa tutto il giorno,
le radiazioni.
La competizione sleale, l’affanno, la meta che non esiste.
Le schede elettorali, la propaganda, le facce tirate, stirate, contrite,
i pugni alzati, i denti digrignati.
Le birre obbligate del sabato sera, i flirt alcolici, quando tutto ti sembra possibile.
Gli specchi, il neon, la luce spietata che ti rivela, ti sorprende, scoprendo un’immagine che non consideri tua, la musica soft nei negozi, le commesse sorridenti, le buste della rinascente.
Le dita sulla bocca, gli sbuffi di noia, la voce alta che ti sovrasta.
Le pacche sulla spalla, cin cin, tanti auguri, questo è un giorno speciale, cento di questi giorni, vivere per sempre.
Le trame dei film, i palinsesti, i programmi cancellati, le trasmissioni interrotte per un tg che annuncia la causa probabile della terza guerra mondiale.
E poi non succede niente.
Il conflitto, le mani inchiodate nel legno, trafitto, non ti crede più nessuno, sei un uomo illuso.
In disuso.
Il pianto nascosto, sommesso, sospetto e pentito.
I vestiti rossi, sgargianti, sorrisi sguaiati, pugnali sfoderati, l’arma che non ti aspetti, l’insulto in una tasca che ti lascia spiazzato.
Le aspettative, le delusioni, i sogni infranti, cocci irreparabili.
Il livello avanzato, la retrocessione, le classi, dove mi metto, dove mi metto.
La tua band preferita che si scioglie, l’evidenza della fine inevitabile.
La vecchiaia, quello che hai oggi.
E che ieri non c’era.
Il tono solenne, la sentenza, il martello che sbatte, il coro di voci, la mano sul mento.
Un giorno spento.
Svanito, infinito.
I centesimi, fino a novantanove.
Ne aggiungi uno e sei fottuto.
Io.
Quando mi accorgo di addormentarmi.
Nella stessa posizione in cui si addormentava mio padre.

La cameriera

25 Marzo 2008 by violet

Era un anno e mezzo che lavoravo nel ristorante di Alessandro.
Le cose non andavano malaccio, togliendo il fatto che ero sottopagata e che una delle cameriere aveva cominciato a darmi del filo da torcere, così ho deciso di piantare tutto e cercarmi un altro lavoro, però prima di andare via ho detto ad Alessandro tutto quello che pensavo di lui, ovvero che era un grosso e inutile sacco di merda, e alla cameriera (col mento sporgente) ho lasciato due righe nell’agenda delle prenotazioni dei clienti.

hai la stessa personalità di un sorbetto al limone senza vodka: non sai di un cazzo“.

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La mia migliore amica

27 Febbraio 2008 by violet

Al maestro Aldo Nove

Mi chiamo Violet e sono una ragazza che passa molto tempo in casa.
Mi piace studiare e guardare la televisione.
Facendo queste cose ho trovato un’amica e quest’amica è diventata subito la mia migliore amica per sempre, non ti dimenticherò mai, la nostra amicizia sarà più lunga se ci mettiamo la prolunga.

Quando vedrai volare una ciabatta ricordati della tua amica matta.
Quando due più due farà tre io mi scorderò di te.
Ho bevuto per dimenticarti ma ti ho visto a doppio.
Insomma cose del genere.
La mia migliore amica è bionda e non è come tutte le altre amiche del passato. Lei è una donna, una vera donna con veri capelli biondi, come tutte le donne che contano.
E lei conta.
È sempre puntuale e non capita mai che sgarri. Proprio per questo riesco a vederla tutti i giorni, dal lunedì al venerdì alle 14:45, il sabato invece la vedo alle 14:00 e la domenica passiamo tutta la serata insieme, dalle 21:30 a mezzanotte inoltrata!
La mia migliore amica si chiama Maria e ha classe da vendere.
Lei è sempre molto elegante, e porta vestiti firmati da Roberto Cavalli e dai famosi stilisti Dolce & Gabbana, non si veste mica di stracci come tutte le altre donne! No. Lei è speciale.
La sua voce può sembrare all’apparenza molto rude, ma questa è solo un’impressione, la verità è che bisogna ascoltarla con molta attenzione per percepire il ritmo melodico che si sprigiona dalle sue corde vocali.
Maria è molto buona e brava con tutti, infatti la folla va in peregrinaggio nei suoi numerosi programmi e lei passa tra la gente come una madonna immacolata, elargendo numerosi sorrisi.
Maria non si stanca mai di ridere e di fare battute.
Maria conosce sempre la formula giusta per spiegare e dire le cose, infatti quando i tronisti non si sanno spiegare bene, lei è lì pronta a tradurre, con molta umiltà e savoir faire, diciamo la verità.
Guardando i suoi programmi ho imparato molte cose, come ad esempio la falsità che si nasconde nella gente.
Il mio vocabolario insieme a lei si sta arricchendo moltissimo, tanto da fare invidia a molti linguisti come ad esempio Quineau.
Ecco le frasi che imparato e che adesso ripeto con tutti:
“Io sono vera e tu sei falsa”
“Dì la verità, sei venuta qui solo per le telecamere, perché se ci tieni davvero l’uomo puoi trovartelo fuori”
“Voglio sapere perché mi dici che faccio la santarella io non sono santarella, sono così anche al di fuori di qui”.
“Perché sputi merda su di me?”
“No io da qui non me ne vado perché devo stare fino alla fine per metterti alla prova”.
“Mi piaci molto, quasi ti amo, ma voglio provare ad uscire con un altro”.
“Sei invidiosa? Eh si, perché le mie gambe sono lunghe e tu invece le hai di 30 centimetri”.
Oltre a queste Maria mi ha insegnato altre cose, come ad esempio ad alzare la voce per prevalere sugli altri, e questa secondo me è una cosa molto giusta perché bisogna farsi rispettare.
Ieri Maria aveva un paio di pantaloni neri aderenti e strappati, e poi aveva anche una bella maglietta brillante e i tacchi alti, questo si che è stile, mica come la signora Daniela che va nella trasmissione con le ciabatte e la gonna lunga lunga come una zingara.
E poi la signora Daniela dice sempre “brava! brava!” gridando e battendo le mani, per insultare le troniste che si comportano come delle ragazze di poco valore.
Il fatto che loro vadano con tutti non vuol dire per forza che non abbiano valore e poi si vede che non fanno sesso con gli uomini perché altrimenti Maria non le faceva andare al programma.
E poi Maria insegna a non giudicare mai la gente.
Oltre alla signora Daniela c’è anche la signora Paola, e anche lei è una donna che insulta spesso la gente.
Non c’è niente da fare Maria resta sempre la migliore.
Io tra la signora Daniela e Maria preferisco Maria.

Tube Station: fermata finale

13 Febbraio 2008 by violet

(continua da post precedente)

“Mai visto niente di meglio”. L’approvazione della cicciona mi aveva fatto sentire innocente, avevo fatto l’unica cosa sensata che era rimasta da fare.
Ho buttato l’osso per terra e mi sono lasciata andare sul sedile. Non mi ero mai sentita così bene.
Le ragazzine continuavano a gridare fuori dal finestrino, ma dopo qualche minuto ho sentito un rumore sordo, come quello di una pallina contro un tubo d’acciaio, e ho visto il corpo di una delle due cadere all’indietro privo della testa.
Nessuno ha urlato, anche una scena così aveva ormai perso il suo scalpore. Qualcuno è accorso attorno a quel cadavere mozzato. Il ragazzo zingaro sul fondo si è messo subito a frugare nelle tasche dei jeans di quella che era stata un’allegra ragazzina eccitata per aver fatto festa a scuola, le ha rubato il cellulare e poi le ha sbottonato i pantaloni per guardarle la figa.
Mi veniva da ridere.
Il treno tagliava la galleria, si sentiva odore di bruciato, di scintille, di corsa frenetica. Guardavo le crepe sui muri correre veloci, attraverso i finestrini, sembravano diapositive malmesse e dimenticate. La maestra delle elementari ci diceva sempre di stare attenti a quello che avremmo fatto, perché in punto di morte, Dio, ci avrebbe fatto vedere il film della nostra vita.
Vedevo me a 10 anni, che cagavo sul pozzo, nella villa di mia zia, e tutti i parenti che dopo aver scoperto la mia grossa cagata, mi guardavano dall’alto in basso, io non riuscivo a spiegare che l’avevo fatto solo perché avevo un grosso mal di pancia e considerando che mi trovavo in una villa in campagna, andiamo, pensavo, cosa vuoi che sia una cagata.
Rivedevo Mirella, la sfigata di turno che ti porti dietro fino al liceo, quella che c’è in ogni classe, brutta, con una voce irritante. Fingevo di volerle bene (in realtà mi faceva schifo) e lei al contrario mi adorava. Ad ogni gita scolastica nessuno voleva starle seduto accanto, così tutti gli anni la prof. chiedeva: “Mirella, scegli un compagno con cui passare tutta la gita” e l’orribile Mirella, dopo essersi guardata intorno, senza indugiare troppo, puntava il dito verso di me e in lacrime diceva “Violet”. Ero la sua via di fuga, e sbagliava, perché io la tradivo, mi facevo raccontare di tutto per poi spifferarlo ai quattro venti e deriderla insieme alle altre. Che persona terribile ero stata.
Ma guardandomi intorno, la cicciona, l’uomo Vuitton, il frocio, non sembravano certo migliori di me.
Proprio lui, il frocio, si era abbassato la gonna a pantaloni e si stava facendo infilare nel culo il portadisegni dello studente del politecnico, il ragazzo patito degli eroi di sinistra.
Chissà cosa avrebbe pensato Che Guevara guardando quella scena.
La ragazzina invece aveva deciso di vendicare la sua amica senza testa, si era alzata di scatto, aveva strappato la fisarmonica allo zingaro e aveva iniziato a suonargliela nella schiena. Ad ogni colpo si sentiva uno stridio di note arrabbiate e violente, come quelle di un pianoforte che si schianta al suolo dopo un volo di cento metri.
Brang. Brang. Brang. Fino a quando la fisarmonica è rimasta piantata tra le scapole dello zingaro necrofilo. L’ho visto cadere a peso morto sulla quella figa defunta che si era messo ad esplorare. C’era sangue ovunque, qualche tasto dell’attrezzo musicale era saltato via, ed era lì per terra, tra brandelli di pelle e ossa.
Osservavo la scena, quando ho sentito un rumore viscerale seguito da un orribile tanfo di merda. Non c’erano dubbi, la cicciona aveva appena scoreggiato, mi sono voltata di scatto, non per il gesto audace, ma per quella puzza insopportabile che non sembrava affatto umana. Lei mi ha guardato e dopo qualche minuto ha iniziato a ridere mostrandomi i denti, rideva, rideva prendendo fiato e tenendosi la pancia per l’enorme sforzo, sembrava inarrestabile, passavano i minuti e rideva sempre più forte, alzava e abbassava leggermente le gambe per le contrazioni di quella pancia enorme. La sua bocca era talmente spalancata che riuscivo a vedergli in fondo alla gola, e il cibo appena masticato stava per tornare su, in cerca di vendetta. La cicciona con uno scatto della schiena si era messa in piedi, rideva e ogni suo passo era incerto, sembrava sarebbe caduta da un momento all’altro. Poco distante da lei c’era l’uomo Vuitton, per terra, rannicchiato su stesso, con quei pantaloni pisciati che non sembravano asciugarsi. La cicciona avanzava, uno, due passi, rideva, ma il treno era troppo veloce per permetterle di restare in piedi a lungo e dopo una curva la cicciona è crollata, come un gelato nel microonde, atterrando proprio sulla testa dell’uomo Vuitton che visto dalla mia posizione, sembrava finito, con gli occhi spalancati e il cranio esploso sotto il peso di quella donna infernale.
Ricordo che da piccola avevo una paura folle di Freddy Krueger, ma pensandoci, lui con quella faccia raggrinzita e la manina fatta di lame, impallidiva davanti a tutto quello che stava capitando sotto i miei occhi. La vecchia, che fino a poco tempo prima sembrava aver mantenuto la calma, stava facendo roteare nell’aria il catetere del marito, lo usava come avrebbe fatto un esperto cow boy. La pipì torbida e quasi densa si attaccava alle pareti del treno. Qualche schizzo era finito anche in faccia alla cicciona, che non aveva esitato ad assaggiarla, seguitando a ridere e a sprofondare ancora di più sul cadavere dell’uomo Vuitton.
Non c’era scampo ormai. Tutto sarebbe finito tra poco, eravamo in corsa da quasi cinquanta minuti, e la fine sarebbe arrivata in pochi minuti. Eravamo usciti in superficie, riuscivo a vedere chiaramente la gente affacciata ai balconi urlare, evidentemente la notizia era già finita sui telegiornali. I ragazzini sulla banchina tiravano mozziconi, giocando a centrare i finestrini spalancati, uno di questi era finito sui pantaloni sintetici dello zingaro, e stava cominciando a prendere fuoco.
Pensavo ad un sacco di cose, a tutto quello che avrei voluto fare, un viaggio in Giappone, mandare a cagare quell’inutile figlio di puttana del mio capo, vincere al superenalotto, comprarmi una casa al mare e infine pagare a Michele la plastica ai piedi.
Poi c’è stato quel rumore, di alluminio accartocciato, e ho pensato che Michele la plastica ai piedi avrebbe dovuto pagarsela da solo.
Il treno si stava comprimendo su se stesso. Ho visto il frocio in fondo al vagone sparire, insieme al ragazzo e insieme al portadisegni tubolare nel culo, la grossa palla di lamiere si avvicinava sempre di più verso di me, sembrava una lenta e inesorabile contrazione. A quel punto è toccato alla vecchia, e al catetere che esploso con un rumore di palloncino, ma questo non contava niente. Quando è stato il momento della cicciona, la contrazione si è arrestata per qualche minuto, la grassona era un bocconcino difficile, ci sarebbe voluto un po’ di tempo per macinarla per bene. Lei rideva, rideva ancora, e in mezzo alle lamiere si sentiva ancora la sua risata, nell’eco di quella gola profonda, come una voragine. La ragazzina si era tuffata nelle fiamme scaturite dal mozzicone, lei, la sua amica senza testa e lo zingaro, erano diventate un tutt’uno, un unico mostro di fuoco, e gli altri cadaveri erano stati già tutti inghiottiti.
Toccava a me, stare sul fondo del treno non mi avrebbe di certo salvato. L’ammasso di ferro e sangue, avanzava, rapidamente, ma riuscivo a coglierne tutte le sfumature, a me sembrava tutto molto lento, mi immaginavo nelle situazioni più assurde, incinta, sposata con figli, il marito al lavoro, i bigodini in testa, la torta nel forno, la spesa il lunedì mattina, la depressione domestica, il posacenere pieno di sigarette, la riunione degli alcolisti anonimi.
Ecco che toccava a me, l’ammasso di ferraglia mi aveva preso un braccio, non ho sentito dolore, non il dolore che immaginavo, poi è toccato al fianco destro, mi sembrava di essere avvolta da braccia forti, possenti, non mi ero mai sentita così amata.
Poi è toccato alla testa, e prima di essere penetrata da quel ferro inarrestabile, ho pensato che.
Morire non era poi così male.

Tube Station (terza fermata)

18 Dicembre 2007 by violet

(continua da post precedente)

Un conato di vomito mi è salito in gola, mi sono accasciata su un fianco e ho sputato per terra. Normalmente mi sarei fatta mille problemi, ma questa non era una situazione normale.
Eravamo tutti su un treno che correva ad alta velocità, e la cosa più preoccupante era che prima o poi si sarebbe fermato.
E nessuno si sarebbe preoccupato del mio vomito.
Ero piegata in avanti e intorno a me sentivo rumore di passi, di gente che correva su e giù per il vagone in cerca di una via d’uscita.
Continuavo a tossire e sputare succhi gastrici sulle mie scarpe. Se avessi saputo che sarebbe andata a finire così non le avrei lavate in lavatrice col Dash. Ho cominciato a pensare a Mastro Lindo, all’Anatra Wc e a tutti i detersivi che avevo a casa, Smac la cera facile, Chant & Claire il gallo del pulito, Marsiglia il sapone delle nostre nonne, Ace candeggina, quella che la vecchia tirava fuori dalla sottana.
Mi sono tirata su, avevo bisogno di respirare.
L’uomo Vuitton aveva abbandonato la sua valigetta per terra, correva verso il fondo e poi tornava indietro, aveva i pantaloni bagnati di piscio, se l’era fatta sotto già da un pezzo, ecco a cosa serviva la borsa, a nascondere la paura.
La grassona vicino a me aveva finito di mangiare il suo panino, ma stava per cominciare il peggio, aveva preso il suo enorme bagaglio e aveva cominciato a frugarci dentro, frugava e rideva come una iena.
Le ragazzine avevano abbassato il finestrino, erano affacciate ed entrambe gridavano aiuto, aiuto, aiuto, mamma, aiuto, nel buio della galleria.
Anche il frocio si stava dando da fare, si era buttato ai piedi dell’universitario implorandolo di fare qualcosa. Era patetico vederlo così, a terra come un verme, con quel cappotto nero, stirato e preciso che stava lentamente trasformandosi in uno zerbino di merda. Piangeva e le sue sopracciglia disegnate con la matita iniziavano a colare a causa del sudore freddo e della paura.
Uno dei vecchietti si era alzato, anche lui era andato verso il finestrino a cercare aiuto nel buio,ed era pericolosamente aggrappato al vetro tirato giù. Guardandolo ho pensato che sarebbe caduto, si sarebbe fatto male e avrebbe cominciato a gridare come un demonio, rendendo a tutti noi l’attesa dello schianto ancora più spiacevole.
Di scatto mi sono alzata, dimenticandomi del mio stomaco a pezzi, sono corsa verso di lui e gli ho detto “venga, l’accompagno vicino a sua moglie, stare lì è pericoloso per lei potrebbe..”
Non avevo neanche finito di parlare che il vecchio si è girato verso di me guardandomi con i suoi occhi vitrei, da pazzo. La saliva si era raccolta agli angoli della sua bocca rugosa e ringhiava. Ha guardato la mia mano appoggiata sulla sua spalla, con uno scatto si è lanciato sul mio braccio e mi ha tirato un morso.
Ho gridato.
Nessuno faceva caso a quell’aggressione, questo significava solo una cosa: avrei dovuto cavarmela da sola, cazzo.
Mi sono spinta all’indietro, ma il vecchiaccio proprio non ne voleva sapere di mollare, la cicciona dietro di me, seguitava a mangiare, stavolta stava addentando una coscia enorme di pollo al forno, mezzo bruciato, quella borsa gigante che teneva stretta a sé era quindi piena cibo, e io ero proprio in una situazione di merda. Mi sono spinta verso di lei, indietreggiando e trascinando con me il vecchio e le ho strappato il coscione di pollo dalle mani. Era viscido, sporco del suo rossetto e della sua saliva, difficile da stringere, ma ho raccolto tutta la forza che avevo e l’ho sbattuto sul cranio pelato di quel vecchio bastardo.
È strano come la violenza dia piacere.
Sbagliavo ad avere paura.
Mi sentivo felice mentre lo colpivo con quella coscia, ormai quasi priva della carne. Io sbattevo, sbattevo, e la carne volava via. Dopo qualche minuto il vecchio ha mollato la presa e si è accasciato per terra, era lì, tramortito ai miei piedi, con la testa unta e sporca di sangue.
La cicciona aveva già trovato qualcos’altro da mangiare, stavolta toccava ad una torta al cioccolato, ricoperta di meringa, l’ho guardata, lei ha messo momentaneamente la torta in bocca e mi ha fatto un piccolo applauso. Aveva assistito ad una scena interessante, su questo non c’era dubbio.
Io sono rimasta in piedi, traballante, a causa dell’alta velocità, ma conservavo ancora un buon equilibrio.
Nelle mani avevo l’osso di quel pollo morto.
Ho alzato gli occhi e ho visto tanti piccoli pezzi di carne marrone e sangue che pendevano dal soffitto.

(continua…)

Tube station (seconda fermata)

28 Novembre 2007 by violet

(continua da post precedente) 

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Tube station (prima fermata)

21 Novembre 2007 by violet


Sono uscita di casa stamattina, ore sette e trenta. Faceva freddo, un freddo di lame, di coltelli nei fianchi.
Il portiere era intento ad aggiustare il neon che qualcuno ha tirato giù dall’ascensore. Bestemmiava. Porci, siete dei porci schifosi, diceva.
Ho tirato dritto.
Le macchine erano già tutte in coda al semaforo, tutti col piede sulla frizione, pronti a ripartire, verso una nuova, entusiasmante giornata di merda. La mattina in cui mi sveglierò e non vedrò macchine all’incrocio, sarà l’ultimo giorno del mondo.
Fino a quando troverò una nuvola di gas tossico, muco nero nel naso, ci sarà speranza.
Nel parco ho visto quella signora alcolizzata che lavora alla Sma, grassa, bionda, con il viso paonazzo di vino. Di solito quando esco è sempre lì col suo cane, che ha chiamato Wisky. Che fantasia.
Ho raggiunto la fermata, c’era una donna straniera, col velo in faccia. Accanto a lei, la sua bambina. Capelli ricci, chiari, un giubbottino beige. Mi ha guardata, era orrendamente sfigurata da una cicatrice fresca, rossa, tra il labbro superiore e il naso. Una bambina nata col labbro leporino. Mia madre mi diceva sempre che una donna incinta non dovrebbe impressionarsi a guardare gli animali, altrimenti i bambini potrebbero nascere deformi, come tutti quelli rinchiusi negli ospedali speciali, bambini con la testa di cavallo o le zampe di cane. La società non tollera la deformità, ma per le labbra da coniglio fa un’eccezione.
La bambina mi guardava senza dire niente, immobile, con quella faccia bianca e i capelli sporchi, attaccati sulla fronte. Ho pensato che avrei potuto ucciderla e risparmiarle tutti gli insulti che si sarebbe presa alle elementari, ma è arrivato il mio bus e ho lasciato perdere.
C’era un giornale sul sedile, quella roba della free press che ora trovi ovunque, con le dediche dei fidanzatini all’ultima pagina (che poi è anche la parte che preferisco: "per la mia picciottina dal tuo picciottino patapuffoloso: ti amo sei la mia vita non vedo l’ora di sposarti, ogni tuo sorriso è un raggio di sole splendido splendente" "da misterioso 34 a ragazza bionda che ha preso il treno alle 14:43 in centrale: ti ho guardata, mi hai guardato, so che sai chi sono, sei bellissima, by cappello nero.") e le notizie che sono uguali a quelle delle grandi testate, a quelle del tg della mattina e a quelle che trovi su internet, quindi meglio non pagare. Ho sfogliato il giornale distrattamente, gli articoli sono meglio del meglio delle barzellette di Pierino "Parco Lambrate, trovano pistola, lui dice SPARAMI AL CULO e l’amico lo fa". Mi è scappata una risata, la vecchia seduta di fronte mi ha guardato di traverso, stringendo la sua misera borsa di pelle consumata al petto. La borsa di una vecchia, con dentro un’immagine di Santa Rita e Padre Pio, un portamonete con gli angoli sfiniti per il troppo uso, e i soldi contati per fare la spesa al Penny Market.
Ecco tutto quello che può possedere una vecchia di periferia.
L’autobus si è fermato all’ingresso della metropolitana, sono scesa per le scale, ho convalidato l’abbonamento magnetico alla macchina elettronica e sono andata ad aspettare il treno sulla banchina. La mia è la linea verde, la linea dei proletari, siamo così proletari che sui treni verdi non salgono più neanche gli zingari, hanno capito che non c’è da cavarne un soldo.
Tre fermate e poi cambierò linea, prenderò la rossa, la linea dei ricchi, la metropolitana della Milano borghese, la linea della gente che conta, quella che lavora in duomo, il ceto che domina.
Uno, due, tre fermate. Si cambia.
Mentre scendevo le scale ho visto quel grassone sulla sedia a rotelle che chiede l’elemosina al centro del corridoio sotterraneo, porta sempre un cappello di lana e ha un cagnolino, la sua faccia sembra di plastilina sciolta, non so cosa gli sia successo esattamente, ma il mento, la bocca e un occhio sono completamente storti e raggrumati, come se qualcuno gli avesse tirato in faccia dell’acido disfacendogli metà viso. Suppongo che il cane sia l’unico essere vivente che riesca a stargli vicino senza provare ripugnanza.
Il treno è arrivato puntuale, sferragliando sulle rotaie a tutta velocità. C’era un sacco di gente che spingeva per entrare, io sono scappata verso il fondo, lì i posti si trovano molto più facilmente. Mi sono seduta di fronte ad un uomo con la valigetta griffata Vuitton. Accanto a me c’era una coppia di anziani, una di quelle coppie che sembrano amarsi da una vita e che nonostante il catetere, i tumori curati male e le dentiere, sopravvivono l’uno all’altro.

 

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